Digi Tales

Unire o dividere

Mar
24

Leggo un post di Davide Lamanna (amico da anni e esperto di tante cose, tra cui private cloud opensource) in cui segnala il disegno di legge della senatrice Laura Mantovani “Istituzione della Rete di interconnessione unica nazionale dell’istruzione – UNIRE”.
Non ho ancora letto il DDL (lo faccio appena possibile), ma l’intento di creare un cloud privato di proprietà dalla PA italiana per sostenere la digitalizzazione dei servizi della scuola è sicuramente buono, e va in una direzione che condivido: creare una rete che colleghi le scuole tra loro e con Internet, fornire servizi di memorizzazione dati o altri servizi che si possano decentrare. Tutto questo per superare il digital divide tra paesini e metropoli, tra province ricche e povere, tra nord-nord-est e sud-sud-ovest. Non tanto perché si difende la Nazione contro lo Straniero, ma perché si difendono gli studenti e il loro dati personali, perché non si creano dipendenze e abitudini a usare certi strumenti particolari che oggi ci sono, e sono gratis, e domani chissà.
Non sono però d’accordo su un punto riportato da Davide, che deriva mi pare da un’intervista alla Senatrice Mantovani, e cioè che “Nell’articolo 2 è previsto di sviluppare e fornire il servizio unico nazionale per la didattica digitale integrata. “
Aiuto: ancora il Servizio Unico Nazionale per la DDI?
Messo insieme ai “servizi amministrativi e connessi alle procedure di assunzione del personale della scuola.” Spero di sbagliarmi, ma mi sa ancora una volta di progetto di Piattaforma Unica di Stato. (Che in Francia ce l’hanno già, eh. Sì ma mica è detto che funzioni bene.)
Provo a dire ancora una volta perché non sono d’accordo.

  1. Una piattaforma per la didattica non è un’infrastruttura neutra. C’è una differenza enorme tra i servizi amministrativi, o quelli informatici come i DNS, e quelli didattici. I servizi didattici si rivolgono a studenti, che sono persone, non enti o macchine. Quindi devono essere pensati per loro e intorno a loro, in termini di interfaccia, di linguaggio, di funzionalità. Oltre agli studenti ci sono i docenti e poi i genitori. Una piattaforma unica per la didattica dovrebbe essere adatta a tutte queste persone diverse.
  2. Ma non c’è solo la differenza di età, c’è una differenza di scopo (corsi obbligatori e facoltativi, corsi teorici e pratici, laboratori e corsi che si costruiscono dal basso), di tipo di scuola e pure di tipo di formazione. Perché la scuola dovrebbe comprendere anche la formazione superiore e i CPIA. Insomma, la piattaforma dovrà essere personalizzata e personalizzabile.
  3. Quindi le competenze per progettare questa PUN non sono solo informatiche. Ci vuole un’équipe molto composita, e non fatta solo di esperti universitari, ma anche di docenti dall’infanzia all’università, e magari di studenti e studentesse, e perché no di genitori. Come si selezionano? Come si pagano? Da dove si parte? Con che modello di interazione e decisione? Come si pubblicano le scelte prima di adottarle?
  4. Immaginiamo quindi il tempo necessario per fare un’unica piattaforma con tutte queste varianti e tutte queste possibilità di personalizzazione. Quando sarà pronta la piattaforma unica? Diciamo entro tre anni? Un po’ tardi: tra tre anni non ci ricorderemo nemmeno più che esisteva un altro browser oltre Chrome. O invece, per sbrigarsi, si prenderà una cosa esistente e la si “rimarcherà” PiattaUnica? Temo che – a parte ADA, naturalmente 😉 – un’applicazione che soddisfi tutti i requisiti elencati sopra non esista.
  5. Ora pensiamo al futuro. Un mostro del genere va mantenuto, aggiornato. Non solo perché cambiano gli standard (con i browser che si adeguano oppure no) e i sistemi operativi mobile evolvono. Ma perché cambiano i modelli d’uso, gli obiettivi, le attività possibili. Cambiano proprio i ragazzini, cambia il mondo fuori dalla scuola. Dando per scontato che la licenza sia open, deve essere rilasciato tutto il codice sorgente. Ma poi che si fa, si attende che i bug emergano e che qualcuno li corregga? E chi verifica le correzioni, visto che andrebbero sulla Piattuna usata da TUTTE le scuole italiane? Come le si testano? Oppure si lascia sempre all’opera una task force che ha risorse economiche per i prossimi 5, 10 anni?
    Quanti software meravigliosi finanziati sono morti il giorno dopo la scadenza del progetto che li ha generati?
  6. “Si vabbè, allora vuoi che rimaniamo nelle grinfie delle multinazionali…”

    No. Dico solo che la soluzione per la didattica non è la Piattaforma Unica, ma un ecosistema di piattaforme diverse basato su questi tre punti:

  • delle linee guida nazionali che dicano cosa deve essere e cosa deve fare una piattaforma digitale per la didattica (licenze, supporto, privacy, funzioni, accessibilità). Linee guida estese, pubbliche e riviste ogni anno.
  • un registro nazionale dove venga iscritta ogni piattaforma in uso dalle scuole, in modo che sia verificabile e verificata. Ma anche in modo che sia possibile interrogarla in maniera automatica.
  • dei protocolli di interscambio di dati e di contenuti tra piattaforme.
    Se la scuola Rodari di Finaliquà ha prodotto dei contenuti, delle attività, dei test per la classe Terza che sono interessanti anche per la scuola Deledda di Pontedisopra, se i suddetti contenuti sono rilasciati con licenza adeguata, deve essere possibile collegarli, o clonarli e modificarli. Se la scuola Carducci di Montedisotto li ha comprati, quei contenuti, e sono protetti da una licenza che ne impedisce il riuso, allora la piattaforma non ne permetterà il riuso.

Credo che la varietà sia sempre preferibile, se non prolifera in una giungla impenetrabile. Una varietà che permetterebbe la compresenza di piattaforme e applicazioni più semplici, dedicate magari ad un solo livello di scuola, piccole e grandi, scritte in linguaggi diversi, fornite con contratti diversi (magari sponsorizzate) e soprattutto che danno da vivere a centinaia o migliaia di piccole imprese locali.
Che poi non vi lamentate se i giovani programmatori vogliono andare tutti a Mountain View o a Redmond.

Pensiero computazionale sì o no? Boh, dipende dal linguaggio.

Gen
27

Una delle motivazioni dietro la spinta all’introduzione della programmazione dei computer in giovane età (=coding) è quella per cui questa pratica insegna il pensiero computazionale, che è un modo di affrontare i problemi in maniera scientifica. Anche se Jeannette Wing si è affannata a dire che non si tratta di insegnare ai bambini a pensare come i computer, e Seymour Papert a predicare che bisogna insegnare ai computer come se fossero bambini, questo tema resta nell’aria. Computazionale significa “razionale, finito, corretto, misurabile” eccetera. In pratica, imparare il pensiero computazionale significa, per ogni problema, saper immaginare un algoritmo che lo risolva. Questo algoritmo deve essere eseguibile praticamente da un computer: non deve contenere errori, non deve basarsi su termini ambigui, non deve richiedere un tempo infinito o una memoria infinita per arrivare alla soluzione.

Però gli algoritmi si pensano (e poi si scrivono) diversamente a seconda del linguaggio, e a seconda del tipo di linguaggio che si ha in mente. Usare un linguaggio semplice quando si è ai primi passi è sicuramente una buona idea; ma cosa significa “semplice”? Può significare che costringe ad usare dei concetti e delle operazioni di base, vicine a quelle che sa fare il computer; oppure che spinge a nascondere i dettagli e a concentrarsi “semplicemente” sulla struttura dei dati e sugli obiettivi.

Insegnare ai bambini una forma di pensiero computazionale che li abitua a pensare nei termini del primo significato di “semplicità” rischia di creare più problemi – in futuro – di quelli che risolva adesso.

Voglio provare a spiegare questa differenza con un piccolo esempio.

Partiamo da Snap!, un ambiente di programmazione che pochi conoscono, che assomiglia molto a Scratch (ne è derivato) ma ha delle differenze importanti. Intanto è nato all’Università di Berkeley, dall’altra parte degli USA rispetto a Stanford, dove è nato Scratch. Poi ha un target più ampio, nel senso che può essere usato da bambini ma anche da ragazzi più grandi, perché è basato su un modello di linguaggio più potente di quello che sta sotto Scratch. Le differenze tra Snap! e Scratch sono poco visibili ad un primo approccio (si possono disegnare girandole o creare scenette animate con entrambi), ma sono molto profonde. Ne elenco solo tre fondamentali:

  1. A differenza di Scratch, in Snap! si possono creare funzioni, cioè procedure che alla fine restituiscono un valore, e questo è molto comodo perché permette di costruire delle catene di funzioni che si applicano ai risultati di altre funzioni.
  2. In secondo luogo, in Snap! ci sono delle funzioni per creare e gestire vere liste (di numeri, di lettere, di parole, ma anche di sprite, o di qualsiasi oggetto).
  3. Inoltre le funzioni possono essere usate come oggetti da altre funzioni. In altre parole: una funzione si può applicare non solo a oggetti semplici (come numeri, lettere) ma anche ad altre funzioni. In aritmetica conosciamo questo tipo di cose: la moltiplicazione è l’applicazione ripetuta della funzione somma.

Il terzo punto è particolarmente utile quando si vogliono trattare delle serie di dati. Se vogliamo trasformare una lista di numeri, o di lettere, o di parole, in qualche altra cosa dobbiamo applicare una trasformazione ad ognuno degli elementi della lista per ottenere una nuova lista; avere un linguaggio che permetta di fare direttamente questo tipo di operazioni permette di concentrarsi sul problema, e non sul meccanismo delle soluzione.

Mettiamo, per esempio, di voler generare la lista dei quadrati dei primi 10 numeri interi. Partendo da una lista di numeri interi, vogliamo moltiplicare ogni numero per se stesso. Cioè da 1,2,3,4,5… vogliamo ottenere 1,4,9,16,25 …

Questo in Scratch si può fare così:

  • crea una lista di numeri interi e dagli il nome “numeri”
  • crea una seconda lista e dagli un nome “quadrati”
  • crea un contatore e dagli il nome “i”, e valore 0
  • ripeti tante volte quanto è la lunghezza della lista “numeri”:
    • aumenta “i” di 1
    • moltiplica l’elemento i della lista “numeri” per se stesso
    • aggiungi il risultato alla lista “quadrati”

Saltando la parte di creazione delle variabili, ecco i blocchetti:

E’ semplice, sì, ma è anche un modo di pensare molto meccanico, che segue esattamente quello che succede “sotto il cofano”. Siamo noi che ci adeguiamo al modo di lavorare del computer, e non viceversa. Arrivare a questa formulazione non è banale: bisogna imparare a pensare in un certo modo. Bisogna imparare il concetto di contatore, di indice di una lista, quello di ciclo, di test di terminazione, eccetera. Sono gli elementi di base della programmazione classica.

Proprio questo è uno dei limiti dell’approccio “computazionale” di cui parlavamo sopra: si impara a pensare come un computer, o meglio secondo gli schemi che il linguaggio di programmazione che usiamo (in questo caso Scratch) mette a disposizione.

Da un lato questo apprendimento ha degli aspetti positivi: ogni volta che ci poniamo un limite impariamo nuovi modi di risolvere problemi. Dall’altro, restare dentro quei limiti non ci permette di andare molto lontano. Potrebbe esserci (non è mai stato studiato a fondo) una forma di imprinting per cui il primo modello di programmazione imparato resta quello fondamentale, un po’ come la lingua madre. Se i bambini imparano a usare i cicli per scorrere le liste, poi continueranno a farsi venire in mente questa modalità anche in futuro.

Ma usare i cicli è solo uno dei possibili modi di risolvere il problema dei quadrati. Ce ne sono altri, che dipendono dal linguaggio che si usa.

In Snap! si possono disporre i blocchetti esattamente nello stesso modo che in Scratch:

Ma si può fare anche qualcosa di diverso, più semplice e soprattutto più vicino alla struttura del problema.

Per risolvere il problema dei quadrati dei numeri interi non siamo costretti a pensare in termini di contatori e di indici, non dobbiamo per forza preoccuparci di sapere quando fermare il processo, dove mettere i risultati. Queste sono cose che riguardano la meccanica dell’algoritmo, non il problema in sé.

Qual era la cosa che volevamo fare, l’idea iniziale? Applicare la funzione “moltiplica per se stesso” a tutti gli elementi di una lista. Bene, allora cominciamo dalla lista

Questo blocchetto è una funzione che restituisce una lista costruita con gli oggetti che mettiamo negli spazi bianchi, in questo caso i primi cinque numeri interi. Non abbiamo bisogno di creare una variabile perché la funzione restituisce sempre quello che ci serve. Ora possiamo disporre i blocchetti in modo da rispettare esattamente l’idea originale di applicare la moltiplicazione alla lista:

Finito. Non c’è altro da fare. Questo blocchetto (“applica”) fa da solo tutto il lavoro: prende il primo elemento della lista, lo inserisce nei due buchi del blocchetto verde, esegue la moltiplicazione e mette da parte il risultato, poi passa al successivo. Alla fine restituisce una nuova lista con i risultati.

La presenza del blocchetto “applica” è una delle caratteristiche di Snap! (e dei linguaggi funzionali a cui si ispira) a cui facevamo riferimento prima. E’ una funzione che lavora su altre funzioni. Usando questo approccio, non ci servono variabili, contatori, cicli. Per certi versi, è molto più intuitivo e vicino al problema questo approccio di quello precedente, in cui dovevamo introdurre una serie di concetti di supporto.


In Snap! c’è un’altra maniera di ottenere questo risultato, ancora più semplice di quella che abbiamo visto adesso. Torniamo all’idea di partenza: “moltiplicare ogni numero di una lista per se stesso”. Ma invece di moltiplicare ogni numero per se stesso, possiamo partire da due liste identiche, e moltiplicare ogni elemento della prima lista per il corrispondente elemento della seconda.

Proviamo a fare esattamente questo:

Il risultato è lo stesso. In sostanza, l’operazione “moltiplicazione” normalmente si applica a dei numeri; ma in Snap! è stata estesa per applicarsi anche a delle liste. Naturalmente potremmo pensare di utilizzarla anche per moltiplicare due liste diverse, o per moltiplicare una lista per un numero singolo. Forse funziona anche con altre operazioni? Proviamo con l’operazione “elevamento a potenza”:

Funziona. Ed è abbastanza chiaro che è molto più semplice di tutto l’ambaradam che avevamo dovuto mettere in campo prima. Questa modalità ci libera di tutta la parte meccanica e ci spinge invece verso una maniera diversa di concepire il problema che volevamo risolvere, che a sua volta ci apre la strada verso altre possibilità.

In conclusione: attenzione al linguaggio che si sceglie, e non confondiamo la razionalità con la meccanicità.

Tecniche e tecnologie per la fantasia

Dic
11

Fantasia e tecnica non vanno d’accordo, si direbbe. Meno ancora fantasia e tecnologia: se c’è una, scompare l’altra. Quando entra in campo la tecnologia, il libero gioco dell’immaginazione dove va a finire? Però, però…

La tecnica del sasso nello stagno è descritta da Gianni Rodari nel secondo capitolo della Grammatica della Fantasia, come parte dello strumentario che serve a chi vuole inventare storie per i bambini, o con i bambini.
E’ una tecnica fondata sulle relazioni che uniscono parole nella mente, ma anche sul potere del caso nel sorprenderci e generare l’inizio di una storia.

Si pensa una parola… o meglio: la si chiede a qualcuno che passa di là, oppure la si pesca da un dizionario, o da un libro. Perché un libro? Perché è ancora più casuale, e dunque più sorprendente. Apri il libro a pagina 27, prendi la terza parola della quinta riga.
Poi si parte da quella parola per esplorare una serie di associazioni che servono a far emergere altre parole.
Per esempio, partendo da stasera possiamo andare a cercare:

le parole che cominciano allo stesso modo: stabilire, staccare, stagione, storia, studiare, stupido, …

le parole che finiscono allo stesso modo , cioè che sono più o meno in rima con stasera: camera, eccetera, lettera, maniera, opera

le parole simili, che si usano nello stesso contesto: stamattina, stanotte, prima, dopo, più tardi

E già nasce una storia:

Stasera, in camera, apro una lettera: sempre la stessa storia, la solita maniera, come un’opera eccetera eccetera – stupido! –

fino ad usare la lettere che compongono la parola per fare un acrostico:

  • Strada
  • Treno
  • Anima
  • Sangue
  • Egli
  • Ritornare
  • Appunto

Tutte queste parole nuove possono essere usate per creare una storia o una filastrocca.
Posiamo programmare un computer per fare (almeno una parte di) queste operazioni?
Sì, ed è quello che ho fatto qui con iKojo, la versione online di Kojo:
http://ikojo.in/sf/vylXgjC/10
Cliccate su RUN, prendete nota delle parole che vengono fuori (compreso l’acrostico) e poi iniziate a scrivere.
A me, partendo dall’acrostico di sopra – generato appunto dal programma – viene in mente una storia titanica (nel senso del film):

Lui è partito, col treno, chissà quanta strada ha fatto, ma ama lei fin nel profondo dell’anima. Lo ha giurato col sangue. Le aveva detto che sarebbe tornato, una sera di queste, e appunto, stasera…

Fa piangere già così, immaginate se poi lui stasera non dovesse arrivare …

Un altro risultato del Sasso nello Stagno

Il binomio fantastico è un’altra tecnica notissima, sempre dai primi capitoli della Grammatica.
Qui si prendono due parole a caso, possibilmente dalla mente di due persone diverse, o ancora una volta da un dizionario, da un giornale (dal web?).
Gli esempi di Rodari riguardano due sostantivi, ma non si vede perché non si potrebbero usare aggettivi o verbi; anzi, ci sono splendidi esempi di applicazione di questa variante nei racconti che mettono in scena i gemelli terribili, Marco e Mirko: “il leone bela”, “il lupo è dolce”, “il cielo è maturo”.
I due sostantivi si mettono insieme usando delle preposizioni: con, di, su, in (ma io aggiungerei: sotto, sopra, con, senza…).
Cosa fanno? si incontrano, si scontrano, vanno d’amore e d’accordo?
Per esempio: sasso, stagno (guarda un po’ che fantasia…)

  • il sasso nello stagno
  • il sasso di stagno
  • il sasso sotto lo stagno
  • lo stagno del sasso
    eccetera.

Ogni frase può essere l’inizio di una storia.
A me il sasso di stagno piace molto, mi fa pensare ad una palla di carta stagnola, di quelle della cioccolata, che usavo per giocare a calcio in corridoio da piccolo. E’ un sasso gentile e bellissimo, luccica come una pepita.

Una volta un minatore che lavorava a Canale Serci, sul monte Mannu, volle fare una sorpresa a suo figlio di tre anni e gli portò un sasso di stagno. Ma non era un sasso, era …

Se preferite, partiamo con una filastrocca. Il sasso di stagno richiama subito un ragno dispettoso, forse geloso, ma di chi? facile: di un cigno

Quel sasso di stagno
tirato da un ragno
geloso di un cigno
più bianco del regno…

Di nuovo vi chiedo: potremmo programmare un computer per fare (almeno una parte di) queste operazioni?
Sì, ed è quello che ho fatto qui:
http://ikojo.in/sf/EnNhE3O/12
Cliccate su RUN e state a guardare.


Sull’importanza del caso, sulla sua magia che ci costringe a renderci conto di quello che siamo (esseri che non possono impedirsi di dare senso a qualsiasi configurazione casuale, che vedono strutture chiuse ovunque) e sulla sua importanza per la didattica ho già scritto qui.

Se date un’occhiata al codice sorgente (a sinistra) vedete che a dispetto della semplicità apparente c’è invece parecchio lavoro sotterraneo per riuscire a mettere un articolo davanti ad un nome, o per costruire la preposizione articolata corretta. Non perché sia difficile la programmazione: perché è difficile la grammatica italiana, che deve dar conto di quasi mille anni di storia, di prestiti, di varianti locali, di sovrapposizioni. Anche questo è un esercizio di coding interessante, che richiede riflessione su come funzionano i meccanismi della lingua per poterli trasformare in algoritmi. Non è sempre necessario ricostruire tutto da capo, si può partire da pezzettini già pronti – è quello che ho fatto io e che fa chiunque programmi un computer.
L’idea più generale di accoppiare a caso sostantivi, proprietà, azioni, luoghi sta all’origine delle creazione di Limericks casuali a partire da una struttura (sintattica, ma anche narrativa): qualcuno, in qualche posto, fa qualcosa, e allora succede qualche altra cosa. Come finisce? E’ lo schema di tanti giochi, e anche delle fiabe a ricalco, un’altra tecnica descritta nella Grammatica della Fantasia nel capitolo 21 (ma ripresa anche in molti di quelli seguenti).
Entrambe queste possibili “applicazioni rodariane” del coding le ho descritte in “Lingua, coding e creatività”, che è un libro che cerca di scardinare l’idea che fare coding sia solo un’attività carina o che si debba fare solo per studiare le STEM; i codici sorgenti relativi, in Logo, Prolog e Kojo, sono nel sito di accompagnamento al libro e li possono scaricate tutti.

Bene, ora arriva la domanda cruciale: ma se usiamo un computer per tirar fuori tutte queste parole, non stiamo limitando la creatività nostra o dei bambini?
Io non credo. Per due motivi che mi pare possano fondarsi proprio su quello che Rodari ha scritto, come ho cercato di spiegare in “Rodari digitale“, l’ultima fatica di quest’anno.

Primo: la parte creativa non è quella di andare a cercare le parole, ma quella di costruire la storia. La ricerca delle parole è la parte meccanica, che richiede l’accesso ad un archivio di parole e alcune regole. Altrimenti basterebbe avere nove parole per fare una poesia (“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”).

Secondo motivo: non sto proponendo di usare un programma bello e pronto, e nemmeno di cominciare da zero. Propongo di partire da un codice sorgente che funziona, ma di metterci le mani da subito. Cambiando le parole di partenza, cambiando le regole (per esempio: solo sostantivi o anche verbi? quali preposizioni?). Variando la tecnica: tre parole invece di due; oppure aggiungendo i prefissi e i suffissi, i diminutivi e vezzeggiativi.

Terzo motivo (non era previsto, ma lo aggiungo lo stesso): un computer sarà pure ottuso, ma non c’è limite alle cose creative che possono fare un umano e un computer, insieme.

Caso amico ti scrivo

Dic
04

Il ruolo del caso nella sperimentazione è fondamentale. Lo sanno gli artisti, che l’hanno usato come motore di generazione di opere. Basta andarsi a riprendere gli esempi di Queneau, di Calvino, dei dadaisti.
Ma a me il caso interessa come strumento didattico, di didattica della lingua e delle letteratura.
Per la precisione, come strumento che mette in evidenza la relazione tra semantica e sintassi, o meglio tra la staticità semantica e la tensione sintattica. La sintassi vista come una forza che spinge in una direzione precisa, mentre la semantica cerca di opporsi. Chiaro? Non tanto? Vediamo.

Partiamo da questa affermazione: “Un testo ha un significato complessivo che dipende dalle parole che lo compongono“.
Sembra una teoria banale. Ma è proprio vera?

Prendiamo un esempio: la poesia di Chamie Gorkin “Worst Day Ever?”. Questa poesia ha la particolarità di potersi leggere dall’inizio alla fine, oppure dalla fine all’inizio; ma offre un’interpretazione diversa, anzi opposta, a seconda della direzione. Non è un caso, naturalmente, è stata scritta apposta, sulla base delle convinzioni chassidiche dell’autrice.
Allora possiamo riformulare la nostra teoria: “Un testo ha un significato complessivo che dipende dalle parole che lo compongono e dal loro ordine. Se l’ordine delle parti del testo cambia, cambia anche il significato”.

Che succede se invece si mescolano i versi a caso? Beh, se gli elementi vengono mescolati a caso, il significato del testo si perde del tutto.
Ho scritto un frammento di codice in Snap! che fa proprio questo: scrive la poesia della Gorkin al dritto, al rovescio, e poi mescola i versi, ogni volta in maniera diversa. Lo trovate qui: https://snap.berkeley.edu/project?user=stefano63&project=worst_day

A priori potremmo dire che mescolando non si capirà nulla; ma se provate avrete delle sorprese. Compaiono dei frammenti, a volte lunghi tre-quattro versi, che sembrano avere un significato compiuto.
Perché? E’ una caratteristica di questa poesia particolare? Delle poesie in generale? O della maniera con cui sono stati scritti i versi?

In effetti, alcuni versi sono composti da una singola parola molto generica, che non ha valore di per sé, ma solo come aggancio tra il verso precedente e quello seguente (es. “Perché”, “Anche se”), oppure possono avere facilmente sia il ruolo di soggetto che di oggetti (“La realtà”, “Il mio atteggiamento”).
Altri sono fatti per rovesciare l’interpretazione del verso seguente (“E non è vero che”, “Non provare a convincermi che”). Insomma, il significato dei frammenti si costruisce in base all’accostamento di due o più versi, e il significato complessivo – se esiste – risulta dall’aggregazione di questi sotto-significati. Anzi: il significato si stabilizza alla fine della lettura, come una specie di media tra i sotto-significati.

Si può fare la stessa analisi, in maniera più semplice, a livello di frase. Prendiamo una frase semplice, di tre parole: due sostantivi (lupo, pecora) e un verbo transitivo (insegue).
La sintassi ci dice che quando il verbo è transitivo, il primo sostantivo è il soggetto e il secondo l’oggetto dell’azione espressa dal verbo. Il significato di:
lupo insegue pecora
è molto chiaro. Invertendo l’ordine delle parole la frase diventa
pecora insegue lupo
Dopo un momento di attrito, di sorpresa Rodariana, l’interpretazione torna ad assestarsi su quella precedente. Anzi, tutta la poesia che abbiamo imparato a scuola ci ha abituato a questo tipo di inversioni. Quella pecora messa all’inizio è un rafforzativo: è proprio la pecora che il lupo insegue, non un coniglio o una gallina.
Anche se si mescolano le parole, così:
pecora lupo insegue
insegue pecora lupo

il significato sembra resistere a tutti i nostri tentativi di scardinarlo.

Prendiamo una frase più complessa e mescoliamola.
il vorace gatto insegue un furbo topo
Potremmo ottenere:
topo gatto un vorace furbo insegue il
oppure
furbo un insegue gatto vorace il topo
Anche qui, il significato generale si capisce lo stesso, no? Perché?
Perché le parole sono semanticamente dense, e il rapporto tra esse si definisce indipendentemente dalla posizione reciproca. C’è una conoscenza implicita, anche se non diretta (non tutti hanno visto un gatto inseguire un topo) ma derivata dalle storie che abbiamo ascoltato o letto, che ci spinge verso un’interpretazione statisticamente più accettabile di quella opposta. I topi non sono descritti come voraci, e di solito non inseguono i gatti, tranne appunto nelle opere di Rodari.

Cambiamo frase di partenza:
credi che la vita sia felice non triste
Ora facciamo delle variazioni:
vita triste la credi non felice sia
la non credi felice vita sia triste

sia la vita credi triste non felice

Qui invece è evidente che l’ordine è fondamentale. “Triste” e “felice” si possono entrambi abbinare con “vita” senza che si possa sapere a priori quale relazione è più probabile (almeno, senza altre informazioni contestuali sulla biografia dell’autore, sul suo obiettivo, il destinatario).
Ci sono poi delle parole che acquistano un senso diverso a seconda della posizione. “Sia” è una parola ambigua, come un attore che può recitare parti diverse: può funzionare da verbo o da congiunzione; “credi” può essere un indicativo o un imperativo e anche “la” può essere articolo o pronome. Ovviamente la punteggiatura aiuterebbe a precisarne il ruolo (“ecco a che serve! ecco perché se non si usa succedono pasticci…”).

vita triste, la credi!, non felice sia
la non credi felice vita sia triste

sia vita – la credi triste? – non felice

Ecco allora spiegato il senso dell’esperimento: mescolare a caso consente di evidenziare il peso semantico, l’inerzia dei segmenti (delle parole, dei versi, delle frasi) rispetto alla tensione della sintassi, la quale invece spinge verso un’interpretazione che dipende dall’ordine degli elementi, secondo uno schema che si sovrappone alle parole. A seconda del valore di questo peso, la sintassi riesce, o non riesce, a rompere l’inerzia e a trascinare il significato nella direzione che vuole.
Questo è il valore didattico dell’uso del caso: rompere con l’abitudine a vedere le cose sempre nello stesso modo. Il caso ci propone un mondo non semplicemente al contrario, ma retto da regole diverse da quelle che conosciamo. Ci spinge ad esplorare queste regole, a confrontarle con quelle abituali e a capirle meglio.


Seconda parte: questo esercizio di applicazione del caso alla lingua si può fare a mente? Sì; ma è complicato se il testo è lungo. Si può fare su carta? Sì; ma se vogliamo cambiare testo dobbiamo ricominciare ogni volta da capo. Allora si può far fare ad un programma di computer? Eccoci qua.
Intanto sappiate che non è un’idea nuova; smontare e rimontare frasi lo si faceva anche con il linguaggio Logo, quello delle tartarughe, che oltre a permette di disegnare girandole e casette permette molto, ma molto facilmente di lavorare con liste di parole, rigirarle, estrarre pezzetti. Inoltre i computer sono abbastanza bravi a tirare fuori un numero a caso; più bravi di noi, che in qualche modo rischiamo di essere orientati da qualche associazione inconsapevole. Quindi sì, si può fare, e in più ha il vantaggio di permetterci di sperimentare con tanti testi diversi senza modificare il programma. Per esempio, invece della poesia della Gorkin si può provare con i versi della Divina Commedia. Come ho fatto qui: https://www.stefanopenge.it/inferno/

Il sommo poeta avrebbe amato
i computer?

Ma non c’è solo il vantaggio della forza bruta del computer.

Prima di provare a scrivere un pezzetto di codice che permette di rovesciare una poesia, bisogna domandarsi come si farebbe a mano, sulla carta. La risposta probabilmente è questa: si prende l’ultima riga della poesia, si cancella, e si ricopia in testa, e così via. E invece no, questa modalità non funziona: alla fine si ottiene la stessa poesia iniziale (provate). Quindi?
Quindi si possono usare due liste: quella iniziale (la poesia originale) e quella finale (la poesia rovesciata). Si prende l’ultimo verso dalla prima, lo si cancella e lo si mette come primo della seconda, e così via, finché la prima lista di versi è vuota.
Lo stesso sistema si può usare per mescolare a caso i versi di una poesia. Si prende una riga a caso dalla poesia originale, la si cancella da lì e la si inserisce in testa alla seconda lista. Quando la prima lista è vuota, la seconda contiene una copia mescolata.
Perché questa attenzione alla modalità carta-e-matita? Perché il coding serve soprattutto a questo: a riflettere sulla maniera in cui facciamo le cose, esplicitarla, discuterla, verificarla. A volte alcune cose pensiamo di saperle fare, ma non è vero; in questo caso, è l’occasione per andare a cercare dei metodi, che poi potremo mettere in pratica. In generale, il percorso è da dentro a fuori, e non il contrario. Una volta fatto questo, si può cominciare a scrivere codice (o a trascinare blocchetti, come preferite).
Ma ci sono tanti modi diversi di mescolare un testo. Possiamo aggiungere dei vincoli: nessun verso deve restare nella posizione originale; oppure le coppie di versi presenti nella poesia originale non devono ripresentarsi insieme in quella mescolata. Questo sarebbe un po’ noioso da fare sulla carta, ma non particolarmente con la versione digitale.
Usare un computer per programmare questo frullatore di testi offre però un altro vantaggio che è legato alla “consapevolezza” dei programmi, cioè al fatto che quando fanno un’azione possono registrarne il risultato, cosa che per noi umani è più lungo e faticoso, e soggetto ad errore. Siccome le azioni che fa il programma le possiamo accelerare e rallentare a piacere, possiamo fargli generare cento volte una nuova versione mescolata a caso e registrarle tutte.
Potremmo misurare il grado di mescolamento della frase in termini di distanza dalla versione originale. Poi possiamo “votare” le versioni in cui il significato è più chiaro, e mettere i voti in relazione con il grado di mescolamento degli elementi. Alla fine potremo verificare se è proprio vero che un’insalata più assomiglia all’originale, più mantiene il significato; o forse scopriremo altre regolarità. Per esempio, pensando ad una frase: ci sono parole che galleggiano più facilmente di altre? i verbi hanno un ruolo più importante? oppure le preposizioni? o le parole astratte? E le relazioni transitive soffrono di più dello spostamento rispetto alle descrizioni di una qualità o di uno stato? Eccetera.

Insomma ecco un altro esempio di come fare coding possa servire a mettere alla prova una teoria implicita e a imparare qualcosa su come funziona il mondo.

Della solitudine e i suoi rimedi

Nov
22

Chi ha la fortuna di abitare in campagna, o in montagna, o al mare, o insomma ovunque meno che in città, vive in mezzo ad altre vite. Se si guarda intorno scopre cani e gatti, volpi e tassi, scoiattoli e topi; e poi passeri, corvi, merli, upupe. Per non parlare di mosche api e zanzare, farfalle ragni e scarafaggi, vermi e lumache. Ci sono alberi, cespugli, erbe, funghi, muffe e cose ancora più piccole di cui non sappiamo nemmeno il nome. Insomma avete capito.

Ognuno di questi esseri è un soggetto a tutti gli effetti, ha una vita propria che si intreccia con quella degli altri. Fa delle cose indipendentemente da noi, esiste indipendentemente da noi. Ognuno, se ci facciamo caso, ci sorprende. La sensazione generale è che se noi stiamo fermi, il resto del mondo invece si muove.

In un appartamento di città, invece… a parte qualche zanzara, qualche scarafaggio e qualche tarma (ospiti non graditi), qualche animale importato dall’esterno (Fido, Micio e Cocorito), il ficus Benjamin sofferente nell’angolo del soggiorno, la stella di Natale perenne e i gerani sul balcone… insomma, di esseri viventi in un appartamento di città se ne vedono pochini.

In questa scatola piena di oggetti se noi stiamo fermi, non succede niente. Il libro che abbiamo messo in quello scaffale continua a stare lì. Il maglione nello sportello in alto, sepolto sotto gli altri maglioni, non cambia di posto, di colore, di dimensione. Le cose di cui ci siamo circondati non sono soggetti, sono davvero solo oggetti.

E allora si capisce perché uno si circondi di macchine: orologi, lampadine, scaldabagni, radio, televisori, telefoni, computer, ognuno con il suo linguaggio visivo e sonoro, con le lucine colorate, i ronzii, crepitii.

Questi sì che sono soggetti: se carico un orologio, quello va avanti da solo. La radio parla e parla, il televisore mostra cose che io non conosco. Per non parlare di telefoni e computer che completano l’illusione che da qualche parte ci sia qualcun altro come noi, in un appartamento, circondato di macchine amichevoli e autonome. Per non parlare, ovviamente, dei vari Alexa e compagnia, con cui possiamo conversare anche quando l’ultimo degli amici è andato a dormire.

Certo non sono organismi del tutto indipendenti, sono solo giocattoli, nel senso che possiamo sempre spegnerli e riaccenderli a volontà, o almeno così ci sembra. Sono tutto sommato prevedibili, a grandi linee, e questo ce li rende ancora più cari e indispensabili.

Peraltro funzionano bene anche nell’altro senso, come parafulmini. Se dormo troppo, la colpa è della sveglia. Prendo chili nel posto sbagliato per colpa dell’e-reader. Strade violente: me la prendo con la TV. Se c’è una pandemia, la colpa è del PC. Non mi chiama nessuno? E’ colpa del telefonino, che anzi adesso me lo cambio e prendo quello che ha più cose e vedrai te.

Ma allora smettiamola di lamentarci della tecnologia fredda, distante, che ci rende tutti robot e ci fa perdere le capacità empatiche e ci addestra a tarpare la nostra emotività. E’ una storiella che non corrisponde più alla realtà e nemmeno alla nostra esperienza quotidiana.
Questa tecnologia è stata costruita apposta per non essere più fredda e distante: il suo chiacchiericcio continuo, come il borbottio dei robot di Star Wars, è la colonna sonora delle nostre vite. Altro che distante: è sempre più presente e si mette in mezzo proprio come un cucciolo che ci gioca tra i piedi, e che ogni tanto prendiamo a calci.

Questa tecnologia è la nostra coperta di Linus.
Ne parliamo male tutti i giorni, ma non potremmo mai rinunciarci.

Ah, io abito in campagna.

Anagrammi creativi e storie

Ott
30

Andando in moto verso Roma sulla via Anagnina (la vecchia via Latina) incontro prima un allevamento di trote e poi una pasticceria. Il dolce storico che ha reso famoso la suddetta pasticceria è la Torta Fragolosa, e quindi la pasticceria espone in bella vista un cartello che invita a fermarsi ad assaggiarla.
Dunque, passando in moto (la moto è importante, il casco limita la visione e bisogna stare molto concentrati sulle buche), ogni volta leggo l’insegna. La leggo involontariamente, inconsapevolmente, forse la prima volta mi sono anche domandato che roba fosse, ma non mi sono mai fermato: immagino un tripudio rosa di panna e fragole, che non è proprio il mio genere di dolce.


In ogni caso, ogni volta che passo la rileggo. Ieri ho avuto una sorpresa: ho letto “La Trota Fragorosa“. Un doppio scambio: di posto, nella prima parola, e di consonante nella seconda. Un lapsus freudiano? Il mio inconscio vorrebbe dirmi qualcosa? Stanno cambiando i miei gusti, dal dolce al salato? E’ venerdì? Non lo so, ma il risultato è magnifico.
Mi viene da ridere, e quindi mentre proseguo giù verso la vecchia FATME e la torre medievale di Mezza Via (rischiando di investire un Apecar piena di operai barbuti che sbuca selvaggiamente da un angolo) continuo a rotolare queste due parole nella mente e lascio venire altre parole: tuffi, sbuffi, rumori, salmoni, rosa, fiumi, cisterne, fragole, barbe…

La Trota Fragorosa è una specie particolare del genere Salmo, conosciuta soprattutto per il rumore che fa quando s’incapriola e si rituffa in acqua: Splonsc! Essa è in effetti di dimensioni ragguardevoli, quaranta chili di massa muscolare rivestita di squame rosa, elegante e potente come Freddy Mercury: la regine delle trote. Viveva in un canale sotterraneo che partendo dall’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata sfociava nella cisterna Romana che sta accanto alla Torre di Mezza Via, tra Roma e Frascati. Era accudita e nutrita dai frati greci e servita per i banchetti più raffinati, quelli in cui l’archimandrita invitava il Principe di Palestrina e il Conte del Tuscolo per discutere in terreno neutro della pace e della guerra. Ci è tramandata grazie all’Artusi una ricetta secentesca: la Trota farcita alle Fragole di Nemi accompagnata da uova di tritone degli aquitrini della Doganella.

Viveva, perché ahinoi la Trota Fragorosa è scomparsa nell’Ottocento, forse ad opera dei briganti della Campagna Romana che si davano appuntamento tra il lusco e il brusco proprio all’Osteria addossata alla Torre e quando il bottino era stato buono festeggiavano a spese delle carni succulenti della suddetta regina.
Si narra che l’ultima Trota Fragorosa fu arrostita alla brace e spiattellata davanti al brigante Gelsomino; questi l’assaggiò, si ruppe un dente, fece una smorfia e risputò: “Porca trota, un rubino!”. Trattavasi in effetti di un piccolo rubino rosa del Monzambico, staccatosi chissà come dal copricapo dell’archimandrita. Fu così che Gelsomino e la sua banda organizzarono seduta stante una spedizione notturna all’Abbazia di San Nilo. Ma qualcuno aveva tradito: i frati dell’abbazia li aspettavano, schierati dietro le colonne del chiostro, ognuno armato di un pesante volume preso nella ricchissima biblioteca…

Eccetera eccetera, la Trota Fragorosa, nel frattempo, è diventata una Trota Favolosa.

Il pensiero va ovviamente a Rodari, al Libro degli errori dove il professor Grammaticus a passeggio legge le insegne (“Cugine economiche”, “Nobili per ufficio”, “Scarpe fatte a nano”), si immagina il referente fantastico (“il Conte Tavolino”), ridacchia, sghignazza, e a volte corregge con la sua matita rossa.
Nella Grammatica della Fantasia (capitolo 9, L’errore creativo) Rodari prova a descrivere il fenomeno reale che sta sotto a quello narrativo: i bambini che “sbagliando inventano”, producendo una parola o un’intera espressione che assomiglia ad un’altra ma non è semplicemente una versione corrotta casualmente, ha una sua logica. Due esempi: la “mastichina” (anziché pasticchina) e “San Giuseppe, il padre più cattivo” (invece che putativo) di Gesù. La teoria di Rodari è che i bambini abbiano cercato di dare un senso a delle espressioni altrimenti incomprensibili pescando dalla loro esperienza. In questo modo mostrano un rispetto enorme per il linguaggio pubblico e contemporaneamente ci fanno vedere uno scorcio dei meccanismi di costruzione di quello privato.

Nel caso della mia Trota Fragorosa, invece, l’errore non è nella produzione, ma nella lettura. La versione che credo di aver letto è diversa da quella scritta, come nei fenomeni diversi che vanno sotto il cappello della dislessia. Ho letto in fretta e poi non ho avuto tempo, o voglia, di controllare e correggere. Ho usato una strategia profonda, rapida ma non sicura al cento per cento, ho acquisito un’immagine generale rozza (una parola di cinque lettere con una paio di t e una r che finisce per a) e poi l’ho completata sulla base di informazioni di contesto (i pesci dell’allevamento che avevo oltrepassato pochi chilometri prima). E che dire di quel fragorosa? Forse le fragole allontanate nello sfondo hanno continuato a spingere cambiando la l in r. Forse mi ha aiutato il fatto che in tutta l’espressione ci sono solo due vocali (a , o), e che la loro sequenza è piacevolmente simmetrica (oaaooa), costituendo una struttura solida in cui le consonanti possono essere scambiate senza troppi patemi.
Comunque sia, la cosa interessante è che non mi sono fermato lì (altrimenti non mi sarei accorto dell’errore) ma nemmeno l’ho corretto in maniera automatica. Come rallentando tutta l’operazione, mi sono ricavato un intervallo tra un tempo e l’altro, tra la lettura approssimata e quella analitica. In quell’intervallo si è fatto lo spazio per il gioco creativo che ha fatto nascere una storia.

Capita solo a me? Capita a tutti? Succede quando siamo stanchi, quando lasciamo andare la mente in libertà (come quando si guida la moto), oppure quando invecchiamo e la mente si comincia a confondere? O invece è un dono, un’abilità speciale? E si può imparare con l’esercizio? Cioè, invece di puntare all’automatismo, alla velocità e alla chiusura, si potrebbe puntare alla consapevolezza dei processi, alla scelta, all’apertura? Domande, domande.
In ogni caso, secondo me questa capacità di stra-leggere Rodari ce l’aveva eccome e l’ha messa a furto con inarrivabile maestrina.

Piattaforme queste sconosciute

Ott
12

Tra le parole più consumate per il cattivo uso quella di cui parliamo oggi è piattaforma. Ne avevo parlato qualche tempo fa qui ma oggi vorrei approfondire perché sono scoraggiato da quanto leggo qua e là.

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Immagine di Oleg Sklyanchuk , CC BY-NC 2.0

Due etti di storia della parola: derivata dal medio francese, in inglese è attestata a partire dal 1550 nel senso di “piano, disegno, progetto”; poi ha perso questo significato metaforico per orientarsi verso uno più letterale. A partire dal XIX secolo si usa in geografia, in tecnica ferroviaria e poi in politica. La piattaforma petrolifera è una cosa piatta, in mezzo al mare, sulla quale ci si sta a lavorare come se fosse un’isola, come se fosse terraferma. E infatti ci sono anche le piattaforme per i tuffi… divertitevi qui a trovare tutti gli usi censiti dal dizionario Treccani. Se cercate il significato di “piattaforma informatica” invece sarete delusi perché è definita piattaforma praticamente qualsiasi cosa, hardware o software, che ne permette altre. E infatti i software per la creazione e gestione di corsi online (che, tanto per ricordarlo ai distratti, NON significa a distanza) potrebbero essere chiamati “piattaforme”, invece che software e basta, quando si volesse sottolineare che non sono soluzioni autosufficienti, ma che sono dei piani dove si può sostare e fare cose come se si fosse a terra, cioè sono delle tecnologie abilitanti ad altro. Oppure per dire che le attività che si fanno lì dentro non sono cablate dentro al software, ma sono optional, moduli autonomi che si possono aggiungere e togliere a piacimento. Ora seguitemi mentre cerco di spiegare cosa possono essere questi moduli: contenuti, pezzi di software, altre applicazioni, e chissà che altro. In questo modo magari riusciamo anche a capire le differenze tra piattaforma, suite, groupware, cloud.

  1. Non tutti i software per l’apprendimento online sono letteralmente piattaforme. Alcuni sono perfettamente autonomi: anche se non è definito a priori ciò che contiene il singolo corso (i contenuti, la loro struttura, le modalità di comunicazione e collaborazione tra corsisti si possono decidere volta per volta), tutto quello che serve si fa lì dentro senza bisogno di aggiunte esterne. Sono ambienti di apprendimento, ma non piattaforme. Non è né un bene né un male in sé: sono il frutto di una scelta e seguono una filosofia precisa con vantaggi e svantaggi. Un paio di vantaggi come esempio: il monitoraggio e la valutazione sono molto semplici, perché tutto quello che corsisti e docenti fanno avviane lì dentro. Inoltre, è molto più facile garantire la privacy degli utenti, perché niente fugge verso altri lidi dove non si sa bene cosa capita ai dati personali. Ci sono ovviamente svantaggi: le attività possibili sono solo quelle previste da chi ha progettato il software; altre attività possono essere suggerite, segnalate, ma non integrate in maniera trasparente nel percorso di apprendimento.
  2. Un software per l’e-learning che sicuramente è una piattaforma è invece Moodle. Moodle è stato chiamato così (Modular Object-Oriented Dynamic Learning Environment) dall’inventore per far notare che è un software modulare, cioè che le attività didattiche non sono cablate all’interno una volta per tutte ma sono pezzetti di software che si possono a) aggiungere ad un corso b)aggiungere alla piattaforma e c) aggiungere al repository del codice sorgente di Moodle. La prima operazione spetta all’autore del corso (il docente) la seconda al sistemista che configura la piattaforma, la terza agli sviluppatori che seguono le linee guida e producono nuovi moduli che si possono agganciare alla piattaforma (b) e aggiungere al corso (a).
  3. Questo approccio si basa su due linee di pensiero collegate ma diverse. La prima è quella che pensa le attività come oggetti che si possono descrivere, circoscrivere, prendere da un deposito e riusare. Questa linea di pensiero è quella che è stata resa famosa (e anche presa in giro e vilipesa), con lo standard SCORM: Shareable Content Object Reference Model. Standard inventato dall’Advanced Distributed Learning, presso il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Standard che si è evoluto fino all’ultima versione del 2009, e poi è stato abbandonato dagli stessi promotori a vantaggio di un approccio diverso: “qualsiasi cosa può essere un’attività didattica, purché sia in grado di inviare dati sull’utilizzo da parte dello studente secondo un linguaggio standardizzato”. Inviare a chi? Ad una piattaforma (detta Learning Record Store) che non ha uno scopo preciso, ma si limita a ricevere e organizzare i dati in modo che possano essere interrogati dai software di e-learning. Un po’ più avanti, sempre su questa linea tecnico-didattica si colloca lo standard LTI proposto dal consorzio IMS. Qui si tratta, più modestamente, di un protocollo che permette ad una piattaforma di e-learning come Moodle di parlare con un sistema di videoconferenza come se fosse un oggetto SCORM , cioè di inviare i dati di accesso di un utente e ricevere i dati sul suo utilizzo.
  4. La seconda linea di pensiero è quella più strettamente informatica, quella dell’Open Source. Visto che il codice sorgente dei software open source è riusabile anche da altri, è possibile tecnicamente, ma anche legalmente, aggiungere librerie, moduli, oggetti realizzati da altri sviluppatori all’interno del proprio software. Naturalmente, perché non sia un furto, occorre assicurarsi che la licenza originale lo permetta e specificare l’autore iniziale. Prendere il codice altrui e ricopiarlo senza citare è poco diverso da un furto. Questa bella opportunità – che non è tipica delle piattaforme, ma di tutto il software opensource – però nasconde anche dei rischi: siccome è facile copiare e incollare, o includere, non è detto che chi include abbia il tempo di controllare linea per linea il codice sorgente incluso e verificarne la qualità. Potrebbe farlo, tecnicamente e legalmente, ma non è detto che lo faccia. Per questo esistono versioni di software open source (ad esempio, versioni di Moodle) che sono garantite da qualcuno che si è preso la briga di leggere tutto il codice sorgente, eliminare la robaccia e i pezzi sospetti e tenere solo i moduli robusti e sicuri. I software proprietari (non nel senso che sono di qualcuno, ma nel senso che il codice non è opensource) ovviamente non permettono questo tipo di controllo. Di qui l’obbligo previsto dal CAD per la pubblica amministrazione di effettuare sempre una valutazione comparativa che prenda in considerazione il software opensource.
  5. Un altro tipo di piattaforme, nel senso di software non mono-blocco ma modulare, sono le suite per ufficio. Quelle che tutti conoscono oggi sono Google Gsuite e Microsoft Office365, ma le suite per ufficio esistono dalla metà degli anni ’80. Sono collezioni di software indipendenti, online o offline, che dialogano tra loro. Nel caso di software installati sullo stesso computer, questo “dialogare” significa che condividono l’interfaccia e il linguaggio; che si possono copiare e incollare dei pezzi di documento dall’uno all’altro oppure convertire facilmente da un formato all’altro. Nel caso di applicazioni remote, a cui si accede tramite internet, il dialogo è anche a livello di accesso: quando un utente è registrato e fa il login nella piattaforma/suite non ha bisogno di essere registrato anche nei software satelliti ma può passare da uno all’altro senza apparente interruzione. Le applicazioni sono remote nel senso che stanno su computer accessibili solo via Internet, ma anche perché per ragioni di convenienza, cioè di flessibilità e di sfruttamento degli investimenti fatti, sono divise in pezzetti sparsi su più computer. In questo secondo caso si parla di cloud, per indicare appunto che l’utente non ha modo di sapere esattamente dove stanno le applicazioni che usa, i documenti che produce e in generale i propri dati. E’ una situazione di incertezza che è diventata problematica con l’applicazione del GDPR. Peraltro parliamo qui di suite “per la produttività”, non di software per l’apprendimento, anche se è molto percepibile il tentativo di far passare una cosa al posto di un’altra cambiando terminologia. Non è solo una questione di marketing, ma anche di modello sottostante: se la scuola è palestra di vita, niente di anormale che fin da piccoli occorra abituarsi ad usare un word processor, un foglio di calcolo, un database. Si può essere d’accordo o meno con questa impostazione, ma va tenuta ben presente.
  6. groupware sono ancora diversi: sono software per la collaborazione e il lavoro di gruppo online. L’esempio più noto oggi è Microsoft Teams, ma anche in questo caso i primi sistemi del genere datano da almeno i primi anni novanta, se non si vuole considerare NLS di Engelbart che era addirittura della fine degli anni ’60’. L’unità di significato minima qui è il gruppo di persone, non la persona, e quindi le funzionalità principali sono appunto quelle che consentono di comunicare tra i membri del gruppo (chat, bacheca condivisa, videoconferenza), di scambiarsi files, organizzati in cartelle fisse o personalizzabili, e organizzare il lavoro (agenda e rubrica, progetti e tracciamento delle attività). Per un fenomeno ben noto di marketing aggressivo e concorrenza spietata per cui ogni software vuole diventare piattaforma, e quindi sostituire tutti gli altri, ai groupware si possono aggiungere altri pezzetti di software, e quindi diventa difficile distinguerli dalle suite di cui sopra.
  7. Tra le funzionalità dei groupware quella che oggi è davvero irrinunciabile (ma c’era già in NLS…) è la videoconferenza; il che complica le cose, perché si tende a confondere un groupware che ha al suo interno la videoconferenza (come Teams) con un sistema di videoconferenza vero e proprio (come Zoom o Jitsi). Chiamare Zoom una piattaforma è chiaramente improprio, sia perché non è una base dove si aggiungono moduli, sia perché parlare guardandosi in faccia non è sufficiente per collaborare.
  8. Se è vero che collaborare è sicuramente una parte importante del processo di apprendimento di gruppo, e collaborare e comunicare online diventa fondamentale quando la collaborazione fisica e la comunicazione orale non-mediata è impossibile, va tenuto presente che una suite di produttività per ufficio o un software pensato per supportare un gruppo di lavoro non sono necessariamente ambienti ottimali per l’apprendimento. Di qui tante durezze, giri improbabili, gerarchie e controlli esagerati, funzioni inutili e altre inspiegabilmente mancanti.

Per chiudere, spero che la parola piattaforma ora sia più chiara per tutti e venga usata in maniera coerente (e questa sarebbe una magra soddisfazione), ma soprattutto che non ci si butti ad usare X solo perché qualcuno ha sentito dire da qualcun altro che “è una piattaforma per la didattica digitale”.

Sogno di fine estate

Set
17

Il professor De Faustiis non ce la fa più. Guarda le facce dei colleghi riuniti per il collegio dei docenti e gli viene voglia di alzarsi, uscire, camminare, persino andare a fare la spesa.
Già, la spesa: anche ieri si è scordato di comprare le crocchette per il gatto. Mi sa che tocca cambiare marca, Pallino sembra svogliato. Forse passare ai bocconcini?
“Che facciamo, De Faustiis, ci distraiamo come al solito?”
La voce viene dal monitor, da una faccetta apparsa a fianco alle altre. Ma non è un docente, almeno non uno che De Faustiis riconosce. Assomiglia.. sì, assomiglia a Guy Fawkes.
“Scusi, lei chi è? E come si permette…”
“Ma dai, tanto non ci sente nessuno. Anzi non mi vede nessuno, sono qui solo per te.”
In effetti, i colleghi continuano a litigare tranquillamente come se non si fossero accorti di nulla.
“E chi sarebbe lei, Anonymous? La Legione?”
“Quasi. Ma qui non si parla di me, ma di te. Ma ti sei visto? Sei pallido, curvo, hai pure preso qualche chilo nei posti sbagliati”

De Faustiis si guarda nello specchio della videoconferenza. E’ vero, non sta proprio una favola. Sarà la luce del monitor, ma la pelle è un po’ verdina.
L’altro incalza.
“Sei stanco, sei scocciato, non ne puoi più. Si capisce, eh. Con le vostre condizioni di lavoro anch’io sarei stufo da un pezzo. “
“Ma come? A me insegnare piace, cosa crede?”
“Certo, come no. Anche correggere ventiquattro versioni in una serata. Anche preparare per l’ennesima volta la lezione su Tacito e Domiziano. Anche parlare sei ore con i genitori dei progressi degli adorati pargoletti e partecipare ai collegi docenti, vedo.”
“…”
“E soprattutto: collegarsi di qua e di là, tutto il tempo online, rispondere, chiedere, cercare, provare… e mai, mai qualcosa che funzioni al primo colpo”
“Questo sì, in effetti, ma è solo l’emergenza, tra poco…”
“Ma che emergenza, questo è il presente continuo, è il futuro perfetto, mio caro. Ti devi arrendere, d’ora in poi questa sarà la tua vita. “

Un futuro orrendo e distopico si affaccia alla mente di De Faustiis per un attimo. Un incrocio tra Matrix e il castello di Kafka.
Emette involontariamente un gemito.
“E cosa ci posso fare?”
“E’ qui che entro in gioco io. Ti faccio una proposta davvero vantaggiosa: ti risolvo tutti i tuoi problemi con un sistema unico, che non devi nemmeno installare. Tu accedi, parli, schiocchi le dita e da quel momento tutto funziona magicamente, tout se tient. Vuoi parlare con la collega di Arte? Basta che pronunci il nome e parte la videoconferenza, anche dallo specchio del bagno. Vuoi ritrovare i voti della terza B ordinati per profitto? Eccoli qui, stampati, sul comodino. Non ti ricordavi di averglieli dati, quei voti? E’ normale, glieli ho dati io sulla base dei voti degli anni scorsi, tanto che vuoi che cambi?”

De Faustiis comincia ad avere l’acquolina in bocca.
“E dove starebbe questo software meraviglioso? Sul Cloud?”
“Ma che ti importa di dove sta… e poi tu che ne sai di cosa è veramente il cloud? Sono sicuro che te lo immagini come una specie di paradiso, tra le nuvole, con gli angioletti che spolverano i tuoi dati… vero?”
“Beh, sì, in effetti non ho molto chiaro… “
“Comunque, la sostanza è questa: tu accetti le condizioni, e hai risolto tutti i tuoi problemi con la scuola, per sempre. Come diceva il piccoletto verde con le orecchie a punta? Non c’è provare, c’è fare. Non dovrai più pensare, cercare, affaticarti. Vuoi, e fai. Anzi, faccio io prima ancora che tu voglia. Non è questo, il paradiso?”
“E… quanto costerebbe?”
“Soldi? Tu mi parli di soldi? Oh, ma per chi m’hai preso? Questa roba non si compra. A me basta una sola piccola cosa…”
“Oddio no, l’anima!”

Momento di pausa.
“Sei veramente un romantico inguaribile. Ma quale anima, voglio i tuoi dati personali. Dai, firma qua.”

Piattaforme obbligatorie e non

Set
15

Dunque si inizia: in presenza ma lontani, a distanza ma connessi. I professionisti, le aziende, le associazioni, le fondazioni, le università e le scuole devono essere pronti in caso di X (con X=lockdown totale, ma anche dimezzamento dei docenti o degli studenti).
Nella Scuola e nell’Università italiane sono pochi (da quello che vedo) quelli che colgono l’occasione per riformare la maniera di apprendere e insegnare una volta per tutte, per esempio abbandonando il modello trasmissivo e adottandone uno di costruzione collettiva di conoscenza. Pochi hanno utilizzato questi mesi per risistemare il “capitale” di metodi, risorse, informazioni esistente ma frammentato e nascosto nelle teste o nei file dei docenti, in modo da renderlo accessibile, manutenibile, incrementabile, insomma usabile davvero. Ancora meno, mi pare, hanno ripensato la valutazione, arricchendola con elementi che derivano proprio dall’esistenza di un piano digitale comune dove studenti e docenti si muovono insieme.

Adesso però bisognerà scegliere il sistema di videoconferenza (che come si sa è IL canale deputato a tutto: formare, valutare, controllare, supportare, selezionare, anche se probabilmente nessuna scuola italiana è oggi in grado di reggere la connessione contemporanea di tutti gli studenti e docenti) ed, eventualmente, la piattaforma dove collocare i “contenuti didattici da far fruire”. Sic.

Quale piattaforma? Beh, naturalmente lo decide il dirigente, che però non necessariamente ha tutte le conoscenze tecniche e legali che servono. Forse si fa consigliare dall’animatore digitale, forse da un consulente esterno, oppure dai colleghi dirigenti più in vista. Oppure va sul sito del MIUR e poi torna trionfante: “Bisogna usare X, lo dice il Ministero!”. Allora, parliamone.

Nella pagina https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html si trovano solo tre proposte di piattaforma: Google Suite, MS Teams e TIM Weschool. Visto? Ma se cliccate sul bottone “Continua a leggere” (che sarebbe stato meglio chiamare: inizia a leggere) magicamente appare un testo che dice:

Da questa sezione è possibile accedere a: strumenti di cooperazione, scambio di buone pratiche e gemellaggi fra scuole, webinar di formazione, contenuti multimediali per lo studio, piattaforme certificate, anche ai sensi delle norme di tutela della privacy, per la didattica a distanza. I collegamenti delle varie sezioni di questa pagina consentono di raggiungere ed utilizzare a titolo totalmente gratuito le piattaforme e gli strumenti messi a disposizione delle istituzioni scolastiche grazie a specifici Protocolli siglati dal Ministero. Tutti coloro che vogliono supportare le scuole possono farlo aderendo alle due call pubblicate dal Ministero che contengono anche i parametri tecnici necessari.

“Le “call” con i “parametri tecnici” stanno alla pagina https://www.miur.gov.it/web/guest/-/coronavirus-pubblicate-due-call-per-sostenere-la-didattica-a-distanza
I requisiti “tecnici” che devono avere le piattaforme sono presto detti:

“[…] tutte le piattaforme devono essere rese disponibili gratuitamente nell’uso e nel tutorial; la gratuità va intesa sia nella fase di adesione ed utilizzo dello strumento sia al termine di tale fase. Nessun onere, pertanto, potrà gravare sulle Istituzioni scolastiche e sull’Amministrazione;

  • per le piattaforme di fruizione di contenuti didattici e assistenza alla community scolastica: sicurezza, affidabilità, scalabilità e conformità alle norme sulla protezione dei dati personali, nonché divieto di utilizzo a fini commerciali e/o promozionali di dati, documenti e materiali di
    cui gli operatori di mercato entrano in possesso per l’espletamento del servizio;
  • per le piattaforme di collaborazione on line: qualifica di “cloud service provider della PA” inerente alla piattaforma offerta, ai sensi delle circolari Agid n. 2 e 3 del 9 aprile 2018.”

Insomma, prima di tutto servizio gratis ma con assistenza. Poi una divisione che a me sembra un po’ sospetta:

  • da un lato piattaforme per la fruizione di contenuti didattici e assistenza alla communità scolastica, che devono soddisfare requisiti più stringenti in termini di sicurezza, protezione della privacy;
  • dall’altro le piattaforma di collaborazione online, che NON hanno bisogno di soddisfare questi requisiti.

Indovinate in che categoria vanno certe piattaforme gratuite a cui sicuramente state pensando adesso?
Chi si può permettere questo tipo di offerta gratuita a tutte le scuole italiane? E’ un modo chiaro per estromettere ogni piccolo fornitore locale, ogni proposta fatta una piccola cooperativa di ex-studenti dell’istituto tecnico. E’ un modo per aumentare il monopolio e per rinunciare a promuovere una crescita del comparto in Italia. Ne ho già parlato qui.
A parte il fatto che ci sono dei requisiti di legge (GDPR) che nessuna circolare o nota ministeriale può aggirare, non c’è traccia del requisito “a codice sorgente aperto”. Che non è una bizza di qualche hacker fuori tempo massimo: la legge del 7 agosto 2012, n. 134 ha modificato l’art. 68 del codice dell’amministrazione digitale introducendo per tutta la PA l’obbligo di effettuare “analisi comparativa di soluzioni“, comprese quelle basata su software libero o codice sorgente aperto. Inoltre, nelle Linee Guida per l’adozione e il riuso del software da parte delle PA che sono in vigore dal 9 maggio 2019, si aggiunge, tra i criteri di valutazione, l’uso di dati aperti, di interfacce aperte e di standard per l’interoperabilità. Sarebbe ragionevole che questi criteri venissero ricordati, perché non sono curiosità o suggerimenti benevoli. Anche a prescindere dalla questione recente del Privacy Shield statunitense e della sentenza della Corte Europea che lo invalida.
Insomma, caro Dirigente, vogliamo farla, questa valutazione comparativa?

A proposito: i protocolli di intesa firmati nel 2020 stanno qua https://www.istruzione.it/ProtocolliInRete/Protocolli_Accordi.html

Sempre dalla pagina del MIUR si accede ad altri elenchi di iniziative, servizi, insomma cosa che dovrebbero aiutare le scuole sull’onda del #damosenamano. Come https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza_altre-iniziative.html dove ci sono delle pubblicità a società e servizi, oppure quello delle proposte universitarie https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza_uni-afam.html dove si trova lo stesso livello di “valutazione”. Se poi si vuole raggiungere l’apice, si legga l’elenco dei servizi di solidarietà digitale offerti questa volta da MITD e Agid, ma linkato sempre nella pagina MIUR: https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/ dove c’è, francamente, la qualunque.
Insomma: a oggi, non c’è uno straccio di niente che dica che la piattaforma X è adatta mentre la Y no.


Così mi pare si possa dire. Magari mi sbaglio.