{"id":1027,"date":"2022-07-18T07:59:46","date_gmt":"2022-07-18T07:59:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.stefanopenge.it\/wp\/?p=1027"},"modified":"2022-07-19T09:56:37","modified_gmt":"2022-07-19T09:56:37","slug":"la-scuola-non-e-un-ambiente-di-apprendimento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.stefanopenge.it\/wp\/la-scuola-non-e-un-ambiente-di-apprendimento\/","title":{"rendered":"La scuola (non) \u00e8 un ambiente di apprendimento?"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di recente (febbraio 2022) \u00e8 apparso uno scritto di Gert Biesta sul tema degli ambienti di apprendimento (&#8220;The school is not a learning environment: how language matters for the practical study of educational practices&#8221;. Studies in Continuing Education, 44:2, 336-34. <a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1080\/0158037X.2022.2046556\">https:\/\/doi.org\/10.1080\/0158037X.2022.2046556<\/a>). E&#8217; curiosa la coincidenza, almeno temporale, con l&#8217;uscita del Piano Scuola 4.0 in cui invece si parla estesamente di come trasformare le scuola in ambienti di apprendimento digitale, connessi, innovativi e persino intelligenti. <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignleft size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.stefanopenge.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/portrait-de-socrate-philosophe-7abb33-640.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1032\" width=\"394\" height=\"474\" srcset=\"https:\/\/www.stefanopenge.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/portrait-de-socrate-philosophe-7abb33-640.jpg 532w, https:\/\/www.stefanopenge.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2022\/07\/portrait-de-socrate-philosophe-7abb33-640-249x300.jpg 249w\" sizes=\"auto, (max-width: 394px) 100vw, 394px\" \/><figcaption>Portrait de Socrates, philosophe<br>Andr\u00e9 Thevet, 150?<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gert Biesta non \u00e8 conosciutissimo in Italia: \u00e8 appena uscita una traduzione di un suo libro del 2017, <em>The rediscovery of teaching<\/em> (Riscoprire l&#8217;insegnamento, Raffaello Cortina, 2022) che pu\u00f2 essere una buona introduzione al suo pensiero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In ogni caso, questo scritto pi\u00f9 recente \u00e8 un&#8217;introduzione ad una serie di articoli sul concetto di spazio e sull&#8217;influsso sulle pratiche degli educatori (&#8220;How built spaces influence practices of educators\u2019 work: An examination through practice lens&#8221;). Biesta ne approfitta per attaccare il termine &#8220;learning environment&#8221; se applicato alle scuole: sostiene che le scuole <em>non<\/em> possono essere pensate come learning environments perch\u00e9 questo non le differenzierebbe da infiniti altri ambienti dove, per l&#8217;appunto, avviene l&#8217;apprendimento: fabbriche, uffici, prigioni, ospitali, internet. Nemmeno avrebbe senso differenziare le scuole come ambienti dove l&#8217;apprendimento \u00e8 &#8220;potente&#8221; perch\u00e9 le fabbriche della Nike in Vietnam o quelle di IKEA in Bangladesh sono ambienti di apprendimenti molto pi\u00f9 &#8220;potenti&#8221; della media delle scuole.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In particolare, Biesta sostiene che le caratteristiche di un ambiente di apprendimento innovativo (ILE, secondo la definizione dell&#8217;OCSE) non dicono nulla su cosa dovrebbe essere la scuola. Un ILE secondo l&#8217;OCSE dovrebbe essere centrato sull&#8217;apprendente, supportare la ricerca e l&#8217;apprendimento autonomo, essere personalizzato, inclusivo e orientato al gruppo (https:\/\/read.oecd-ilibrary.org\/education\/innovative-learning-environments_9789264203488-en#page1) . Queste caratteristiche, per Biesta, sono relative al processo, all&#8217;efficacia, ma non allo scopo; per questo non hanno nulla a che fare con la scuola, perch\u00e9 sarebbero applicabili anche ad un campo di addestramento dell&#8217;ISIS o della Hitlerjugend.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma Biesta \u00e8 ancora pi\u00f9 duro quando dice che lo stesso termine &#8220;apprendimento&#8221; andrebbe eliminato dai discorsi educativi. Infatti \u2013 interpretato l&#8217;apprendimento come una modifica pi\u00f9 o meno permanente nell&#8217;individuo \u2013 non basta che ci sia apprendimento perch\u00e9 si possa parlare di educazione, ma si devono porre le questioni relative ai contenuti, ai temi, ai fini e alle relazioni. C&#8217;\u00e8 educazione quando gli studenti imparano qualcosa, per una certa ragione, da qualcuno, o, pi\u00f9 specificamente, quando imparano attraverso una particolare relazione educativa. Lo stesso concetto, quasi con le stesse parole, \u00e8 espresso da Biesta in &#8220;Riscoprire l&#8217;insegnamento&#8221;, pag. 40:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Lo scopo dell&#8217;insegnamento, e dell&#8217;educazione in generale, non \u00e8 mai che gli studenti imparino &#8220;semplicemente&#8221;, ma che imparino qualcosa, che lo imparino per ragioni particolari, che lo imparino da qualcuno.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si tratta di una visione che data almeno dal 2004 (&#8220;Against learning. Reclaiming a language for education in an age of learning&#8221;, <a href=\"https:\/\/orbilu.uni.lu\/bitstream\/10993\/7178\/1\/NP-1-2005-Biesta.pdf\">https:\/\/orbilu.uni.lu\/bitstream\/10993\/7178\/1\/NP-1-2005-Biesta.pdf<\/a>). La societ\u00e0 del welfare promette di fornire a tutti i cittadini i beni necessari, di cui essi sono consumatori; l&#8217;apprendimento \u00e8 una transazione economica tra apprendenti e educatori. Questo approccio porta Biesta a contrapporsi a quella che chiama &#8220;learnification&#8221; del discorso sull&#8217;educazione: dai modelli di scuola che mettono al centro lo studente fino al life-long learning che rende anche l&#8217;adulto un perenne studente. Si tratta di un discorso che mette l&#8217;accento sul controllo, anzich\u00e9 sulla libert\u00e0, sull&#8217;addomesticamento anzich\u00e9 sull&#8217;emancipazione. Un discorso che si concentra sulla conoscenza utile alla societ\u00e0 (cio\u00e8 sulla trasformazione degli studenti in cittadini obbedienti e lavoratori produttivi, dotati della abilit\u00e0 e della flessibilit\u00e0 che li rendono adattabili e fungibili ad ogni circostanza), invece che sulla conoscenza realmente utile (quella che consentirebbe agli studenti di opporsi alla richiesta di adattamento).<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-css-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Personalmente sono convinto, da almeno altrettanto tempo di Biesta, che le scuole siano ambienti di apprendimento, ma ambienti <em>particolari<\/em>, dove l&#8217;apprendimento \u00e8 controllato; non sono i migliori ambienti possibili, ma sono meglio di niente. Non sono i <em>soli<\/em> luoghi dove si impara e non sono <em>solo<\/em> luoghi dove si impara: sono luoghi dove l&#8217;imparare \u00e8 gestito, controllato, valutato, supportato. Tendenzialmente, tutte queste attivit\u00e0 hanno il fine di evitare che l&#8217;apprendimento si blocchi troppo presto, o che acceleri troppo. E&#8217; vero che il controllo \u00e8 centrale nella scuola; ma non un controllo che blocca lo studente, un controllo che lo spinge avanti e insieme lo sostiene. Questo \u00e8, o dovrebbe essere, il senso della valutazione (educativa) nella scuola, che \u00e8 appunto una delle caratteristiche che la distingue da altri ambienti dove pure si apprende.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mentre trovo che gli <em>esiti<\/em> del discorso di Biesta (o forse il suo punto di partenza) siano del tutto condivisibili, non sono d&#8217;accordo con il suo <em>percorso<\/em>, principalmente perch\u00e9 non condivido i suoi significati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Apprendimento non \u00e8 per forza acquisizione di conoscenze e comportamenti stabili. Questo \u00e8 il modo standard di intendere l&#8217;apprendimento, ma ne esistono altri. Lo stesso Biesta sostiene altrove che apprendimento sia un&#8217;altra cosa:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>&#8220;[\u2026] rispondere a qualcosa che \u00e8 altro o differente, che sfida, irrita e disturba, piuttosto che l&#8217;acquisizione di qualcosa che vogliamo possedere&#8221; (Against learning, , cit., pag. 62).<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se questo \u00e8 apprendimento, e se sfidare e disturbare \u00e8 il compito dell&#8217;educazione, non si vede perch\u00e9 la scuola non possa essere definita come un luogo di apprendimento. Partire da un significato errato per dimostrare che i costrutti che lo usano sono deboli non \u00e8 un modo corretto di teorizzare, a mio avviso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo stesso &#8220;learning environment&#8221; viene inteso da Biesta semplicemente come &#8220;ambiente nel quale <em>accade<\/em> l&#8217;apprendimento&#8221;. Ci sarebbero potute essere altre interpretazioni: un ambiente fatto apposta per l&#8217;apprendimento; un ambiente che apprende, cio\u00e8 che muta, in funzione di quello che fanno i soggetti che apprendono; un ambiente che \u00e8 esso stesso un elemento fondamentale perch\u00e9 si possa parlare di apprendimento. Ma Biesta fa evidentemente riferimento all&#8217;interpretazione standard dell&#8217;espressione: un luogo, uno spazio dove fisicamente si collocano gli studenti. Se si riferisce al discorso (&#8220;sayings&#8221;) sull&#8217;educazione, allora sta dicendo solo che questo modo di parlare delle scuole come spazi dove avviene, miracolosamente, l&#8217;apprendimento, \u00e8 scorretto; ma questo non significa ancora che le scuole <em>non<\/em> siano ambienti di apprendimento, solo che il discorso sulle scuole va rimesso su binari giusti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Capisco la sua distinzione tra educazione e apprendimento, ma non ne condivido l&#8217;uso. Da un lato la distinzione \u00e8 piuttosto ovvia: educazione e apprendimento sono chiaramente due cose diverse. Ci pu\u00f2 essere apprendimento senza educazione e a volte, purtroppo, c&#8217;\u00e8 educazione senza apprendimento (a meno che non si consideri educazione solo quella che produce apprendimento, ma questo sembra contraddire il suo pensiero che \u00e8 volta appunto a privilegiare la prima sul secondo).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Trovo per\u00f2 poco condivisibile la posizione secondo la quale l&#8217;apprendimento sarebbe secondario e l&#8217;educazione fondamentale: un&#8217;umanit\u00e0 senza educazione sarebbe probabilmente caotica ma sopravviverebbe; un&#8217;umanit\u00e0 incapace di apprendere non durerebbe una sola generazione. Inoltre la forma specifica di educazione che sembra avere in mente Biesta (<em>questa<\/em> forma storica, fatta di pratiche, relazioni, obiettivi) \u00e8 appunto solo l&#8217;ultima arrivata. Come specie, ce la siamo cavata abbastanza bene anche con le forme precedenti (la famiglia, la trib\u00f9, la bottega), che progressivamente si sono allontanate da un apprendimento selvaggio dando sempre pi\u00f9 importanza al controllo, e si spera che siamo in grado di inventarne altre ancora migliori. Certo possiamo fare di tutto perch\u00e9 l&#8217;educazione sia emancipante: cio\u00e8 che diriga l&#8217;attenzione degli studenti ma lasci a loro di immaginare cosa fare con ci\u00f2 che incontreranno. Per\u00f2 non si tratta del concetto di educazione <em>in generale<\/em>, si tratta del nostro modo di intenderla qui e ora. Anzi: identificare l&#8217;educazione con questa educazione rischia di nascondere alla vista tutti i casi in cui le prassi che stanno sotto la categoria &#8220;educativa&#8221; vanno in una direzione non emancipante. E&#8217; un po&#8217; come il discorso etimologico: siccome educazione viene da educere, tirare fuori, allora l&#8217;educazione \u00e8 questo o quest&#8217;altro. Educazione non \u00e8 quello che a noi piacerebbe che sia, \u00e8 l&#8217;insieme \u2013 bello o brutto \u2013 delle pratiche che chiamiamo educative.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche il ragionamento generale di Biesta mi convince poco. La deduzione &#8220;la scuola non \u00e8 un ambiente di apprendimento perch\u00e9 ne esistono altri dove si apprende&#8221; mi pare francamente un errore logico. Sarebbe come dire che un libro di testo scolastico non \u00e8 educativo perch\u00e9 esistono altri libri. E&#8217; ovvio che va trovata una differenza tra una fabbrica (dove pure si apprende) e una scuola, ma questa differenza \u00e8 legata ai modi, ai tempi, alla qualit\u00e0 dell&#8217;apprendimento. Certo non si apprende allo stesso modo in prigione e a scuola. D&#8217;altra parte il fine principale delle prigione non \u00e8 l&#8217;apprendimento dei detenuti (oppure s\u00ec? la rieducazione \u00e8 una forma di educazione?).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Trovo poi che il riferimento all&#8217;ISIS e alla HJ sia completamente fuori luogo. Si pu\u00f2 dire molto sull&#8217;orientamento politico dell&#8217;OCSE (l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e su quanto i suoi documenti siano finalizzati a sostenere e replicare un certo modello di societ\u00e0. Ma i due esempi citati da Biesta molto verosimilmente non applicano nessuno dei principi dell&#8217;ILE: non c&#8217;\u00e8 personalizzazione, non c&#8217;\u00e8 apprendimento libero e autonomo, non c&#8217;\u00e8 ricerca individuale o di gruppo. E&#8217; vero, naturalmente, che sono ambienti che hanno come finalit\u00e0 l&#8217;apprendimento, ma non dell&#8217;apprendimento in generale: al contrario, mi pare che siano un buon esempi di apprendimento di<em> qualcosa, per ragioni particolari, da qualcuno.<\/em> Nei campi di addestramento militare si insegnano tecniche per uccidere e sopravvivere, si insegna a mettere il rispetto della gerarchia pi\u00f9 in alto del rispetto per la propria vita. Lo si fa per uno scopo preciso, funzionale ad una certa idea di societ\u00e0 futura, lo si fa attraverso una fortissima relazione tra apprendente e docente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sostenere che una scuola \u00e8 davvero scuola solo se chi la gestisce ci assomiglia in termini di valori \u00e8 un modo pericoloso di ragionare. Una scuola pu\u00f2 essere scuola e avere \u2013 dal nostro punto di vista \u2013 obiettivi sbagliati, insegnare contenuti sbagliati nel modo pi\u00f9 violento che possiamo immaginare. Ma questo non dice nulla sul fatto che sia progettata, costruita e gestita proprio come una scuola, cio\u00e8 come ambiente di apprendimento controllato. La peggior forma di teoria pedagogica, contro cui non ci sarebbe difesa, \u00e8 proprio quella che identifica <em>la<\/em> scuola con la <em>nostra<\/em> scuola.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-css-opacity\"\/>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-css-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In generale, il motivo per cui a Biesta non piacciono i learning environment mi pare sia altro. Il pensiero di Biesta mi pare metta sempre al centro l&#8217;umano-educatore, proprio mentre sembra concentrarsi sull&#8217;umano-apprendente. La relazione educatore\/educato \u00e8 centrale nel suo pensiero, il che significa che  deve sempre essere presente un educatore umano. Questo ovviamente esclude ogni mediazione reificata, fissata una volta per tutte (come nel caso dei libri) o dinamica (come nel caso dei software), che non preveda la presenza immediata dell&#8217;educatore umano. Un ambiente per l&#8217;apprendimento sarebbe, nella visione di Biesta, un ambiente che non ha bisogno di educatori (dimenticando, a mio modo di vedere, che un educatore non \u00e8 tale solo nel preciso momento in cui parla allo studente, ma anche quando progetta, prepara, organizza, monitora, supporta).  Si arriverebbe anzi al paradosso per cui un ambiente di apprendimento in cui l&#8217;educatore sia inquadrato da una videocamera sarebbe accettabile, per Biesta, mentre dal mio punto di vista non sarebbe affatto un ambiente di apprendimento. Mi pare una posizione gi\u00e0 vista: \u00e8 quella del Socrate messo in scena da Platone nei suoi dialoghi, l&#8217;educatore-levatrice, che insegna con la sua vita (e con la sua morte) pi\u00f9 che con i suoi contenuti, che cerca di convincere l&#8217;allievo tramite l&#8217;Eros, che in fin dei conti, anche se a fin di Bene, plagia lo studente e lo trasforma a sua immagine e somiglianza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non c&#8217;\u00e8 bisogno di altro perch\u00e9 da questa visione vengano esclusi gli ambienti di apprendimento digitali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ora \u00e8 chiaro, almeno per me, che questi ambienti,  se visti come succedanei dei docenti umani, sono spaventosi e per il momento ridicoli;  ma potrebbero invece avere senso come spazi arredati, creati da umani per altri umani, da esplorare e modificare insieme.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Certamente sullo sfondo ci sono gli spettri di Plato, degli Intelligent Tutoring System, delle piattaforme intelligenti che decidono al posto del docente e dello studente (come quelle auspicate nel documento UNESCO del 2017 &#8220;In Pursuit of Smart Learning Environments for the 21st Century&#8221;). Ma, per l&#8217;appunto, questi ambienti sono esistiti ed esistono, e non sono puri divertimenti dello scienziato pazzo di turno, ma evidentemente sono l\u00ec per rispondere a bisogni di qualche tipo (economici? di controllo? di potere?). Ignorarli non mi pare il modo migliore di combatterli e di progettarne di migliori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di recente (febbraio 2022) \u00e8 apparso uno scritto di Gert Biesta sul tema degli ambienti di apprendimento (&#8220;The school is not a learning environment: how language matters for the practical study of educational practices&#8221;. Studies in Continuing Education, 44:2, 336-34. https:\/\/doi.org\/10.1080\/0158037X.2022.2046556). 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