Digi Tales

Tecniche e tecnologie per la fantasia

Dic
11

Fantasia e tecnica non vanno d’accordo, si direbbe. Meno ancora fantasia e tecnologia: se c’è una, scompare l’altra. Quando entra in campo la tecnologia, il libero gioco dell’immaginazione dove va a finire? Però, però…

La tecnica del sasso nello stagno è descritta da Gianni Rodari nel secondo capitolo della Grammatica della Fantasia, come parte dello strumentario che serve a chi vuole inventare storie per i bambini, o con i bambini.
E’ una tecnica fondata sulle relazioni che uniscono parole nella mente, ma anche sul potere del caso nel sorprenderci e generare l’inizio di una storia.

Si pensa una parola… o meglio: la si chiede a qualcuno che passa di là, oppure la si pesca da un dizionario, o da un libro. Perché un libro? Perché è ancora più casuale, e dunque più sorprendente. Apri il libro a pagina 27, prendi la terza parola della quinta riga.
Poi si parte da quella parola per esplorare una serie di associazioni che servono a far emergere altre parole.
Per esempio, partendo da stasera possiamo andare a cercare:

le parole che cominciano allo stesso modo: stabilire, staccare, stagione, storia, studiare, stupido, …

le parole che finiscono allo stesso modo , cioè che sono più o meno in rima con stasera: camera, eccetera, lettera, maniera, opera

le parole simili, che si usano nello stesso contesto: stamattina, stanotte, prima, dopo, più tardi

E già nasce una storia:

Stasera, in camera, apro una lettera: sempre la stessa storia, la solita maniera, come un’opera eccetera eccetera – stupido! –

fino ad usare la lettere che compongono la parola per fare un acrostico:

  • Strada
  • Treno
  • Anima
  • Sangue
  • Egli
  • Ritornare
  • Appunto

Tutte queste parole nuove possono essere usate per creare una storia o una filastrocca.
Posiamo programmare un computer per fare (almeno una parte di) queste operazioni?
Sì, ed è quello che ho fatto qui con iKojo, la versione online di Kojo:
http://ikojo.in/sf/vylXgjC/10
Cliccate su RUN, prendete nota delle parole che vengono fuori (compreso l’acrostico) e poi iniziate a scrivere.
A me, partendo dall’acrostico di sopra – generato appunto dal programma – viene in mente una storia titanica (nel senso del film):

Lui è partito, col treno, chissà quanta strada ha fatto, ma ama lei fin nel profondo dell’anima. Lo ha giurato col sangue. Le aveva detto che sarebbe tornato, una sera di queste, e appunto, stasera…

Fa piangere già così, immaginate se poi lui stasera non dovesse arrivare …

Un altro risultato del Sasso nello Stagno

Il binomio fantastico è un’altra tecnica notissima, sempre dai primi capitoli della Grammatica.
Qui si prendono due parole a caso, possibilmente dalla mente di due persone diverse, o ancora una volta da un dizionario, da un giornale (dal web?).
Gli esempi di Rodari riguardano due sostantivi, ma non si vede perché non si potrebbero usare aggettivi o verbi; anzi, ci sono splendidi esempi di applicazione di questa variante nei racconti che mettono in scena i gemelli terribili, Marco e Mirko: “il leone bela”, “il lupo è dolce”, “il cielo è maturo”.
I due sostantivi si mettono insieme usando delle preposizioni: con, di, su, in (ma io aggiungerei: sotto, sopra, con, senza…).
Cosa fanno? si incontrano, si scontrano, vanno d’amore e d’accordo?
Per esempio: sasso, stagno (guarda un po’ che fantasia…)

  • il sasso nello stagno
  • il sasso di stagno
  • il sasso sotto lo stagno
  • lo stagno del sasso
    eccetera.

Ogni frase può essere l’inizio di una storia.
A me il sasso di stagno piace molto, mi fa pensare ad una palla di carta stagnola, di quelle della cioccolata, che usavo per giocare a calcio in corridoio da piccolo. E’ un sasso gentile e bellissimo, luccica come una pepita.

Una volta un minatore che lavorava a Canale Serci, sul monte Mannu, volle fare una sorpresa a suo figlio di tre anni e gli portò un sasso di stagno. Ma non era un sasso, era …

Se preferite, partiamo con una filastrocca. Il sasso di stagno richiama subito un ragno dispettoso, forse geloso, ma di chi? facile: di un cigno

Quel sasso di stagno
tirato da un ragno
geloso di un cigno
più bianco del regno…

Di nuovo vi chiedo: potremmo programmare un computer per fare (almeno una parte di) queste operazioni?
Sì, ed è quello che ho fatto qui:
http://ikojo.in/sf/EnNhE3O/12
Cliccate su RUN e state a guardare.


Sull’importanza del caso, sulla sua magia che ci costringe a renderci conto di quello che siamo (esseri che non possono impedirsi di dare senso a qualsiasi configurazione casuale, che vedono strutture chiuse ovunque) e sulla sua importanza per la didattica ho già scritto qui.

Se date un’occhiata al codice sorgente (a sinistra) vedete che a dispetto della semplicità apparente c’è invece parecchio lavoro sotterraneo per riuscire a mettere un articolo davanti ad un nome, o per costruire la preposizione articolata corretta. Non perché sia difficile la programmazione: perché è difficile la grammatica italiana, che deve dar conto di quasi mille anni di storia, di prestiti, di varianti locali, di sovrapposizioni. Anche questo è un esercizio di coding interessante, che richiede riflessione su come funzionano i meccanismi della lingua per poterli trasformare in algoritmi. Non è sempre necessario ricostruire tutto da capo, si può partire da pezzettini già pronti – è quello che ho fatto io e che fa chiunque programmi un computer.
L’idea più generale di accoppiare a caso sostantivi, proprietà, azioni, luoghi sta all’origine delle creazione di Limericks casuali a partire da una struttura (sintattica, ma anche narrativa): qualcuno, in qualche posto, fa qualcosa, e allora succede qualche altra cosa. Come finisce? E’ lo schema di tanti giochi, e anche delle fiabe a ricalco, un’altra tecnica descritta nella Grammatica della Fantasia nel capitolo 21 (ma ripresa anche in molti di quelli seguenti).
Entrambe queste possibili “applicazioni rodariane” del coding le ho descritte in “Lingua, coding e creatività”, che è un libro che cerca di scardinare l’idea che fare coding sia solo un’attività carina o che si debba fare solo per studiare le STEM; i codici sorgenti relativi, in Logo, Prolog e Kojo, sono nel sito di accompagnamento al libro e li possono scaricate tutti.

Bene, ora arriva la domanda cruciale: ma se usiamo un computer per tirar fuori tutte queste parole, non stiamo limitando la creatività nostra o dei bambini?
Io non credo. Per due motivi che mi pare possano fondarsi proprio su quello che Rodari ha scritto, come ho cercato di spiegare in “Rodari digitale“, l’ultima fatica di quest’anno.

Primo: la parte creativa non è quella di andare a cercare le parole, ma quella di costruire la storia. La ricerca delle parole è la parte meccanica, che richiede l’accesso ad un archivio di parole e alcune regole. Altrimenti basterebbe avere nove parole per fare una poesia (“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”).

Secondo motivo: non sto proponendo di usare un programma bello e pronto, e nemmeno di cominciare da zero. Propongo di partire da un codice sorgente che funziona, ma di metterci le mani da subito. Cambiando le parole di partenza, cambiando le regole (per esempio: solo sostantivi o anche verbi? quali preposizioni?). Variando la tecnica: tre parole invece di due; oppure aggiungendo i prefissi e i suffissi, i diminutivi e vezzeggiativi.

Terzo motivo (non era previsto, ma lo aggiungo lo stesso): un computer sarà pure ottuso, ma non c’è limite alle cose creative che possono fare un umano e un computer, insieme.

Anagrammi creativi e storie

Ott
30

Andando in moto verso Roma sulla via Anagnina (la vecchia via Latina) incontro prima un allevamento di trote e poi una pasticceria. Il dolce storico che ha reso famoso la suddetta pasticceria è la Torta Fragolosa, e quindi la pasticceria espone in bella vista un cartello che invita a fermarsi ad assaggiarla.
Dunque, passando in moto (la moto è importante, il casco limita la visione e bisogna stare molto concentrati sulle buche), ogni volta leggo l’insegna. La leggo involontariamente, inconsapevolmente, forse la prima volta mi sono anche domandato che roba fosse, ma non mi sono mai fermato: immagino un tripudio rosa di panna e fragole, che non è proprio il mio genere di dolce.


In ogni caso, ogni volta che passo la rileggo. Ieri ho avuto una sorpresa: ho letto “La Trota Fragorosa“. Un doppio scambio: di posto, nella prima parola, e di consonante nella seconda. Un lapsus freudiano? Il mio inconscio vorrebbe dirmi qualcosa? Stanno cambiando i miei gusti, dal dolce al salato? E’ venerdì? Non lo so, ma il risultato è magnifico.
Mi viene da ridere, e quindi mentre proseguo giù verso la vecchia FATME e la torre medievale di Mezza Via (rischiando di investire un Apecar piena di operai barbuti che sbuca selvaggiamente da un angolo) continuo a rotolare queste due parole nella mente e lascio venire altre parole: tuffi, sbuffi, rumori, salmoni, rosa, fiumi, cisterne, fragole, barbe…

La Trota Fragorosa è una specie particolare del genere Salmo, conosciuta soprattutto per il rumore che fa quando s’incapriola e si rituffa in acqua: Splonsc! Essa è in effetti di dimensioni ragguardevoli, quaranta chili di massa muscolare rivestita di squame rosa, elegante e potente come Freddy Mercury: la regine delle trote. Viveva in un canale sotterraneo che partendo dall’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata sfociava nella cisterna Romana che sta accanto alla Torre di Mezza Via, tra Roma e Frascati. Era accudita e nutrita dai frati greci e servita per i banchetti più raffinati, quelli in cui l’archimandrita invitava il Principe di Palestrina e il Conte del Tuscolo per discutere in terreno neutro della pace e della guerra. Ci è tramandata grazie all’Artusi una ricetta secentesca: la Trota farcita alle Fragole di Nemi accompagnata da uova di tritone degli aquitrini della Doganella.

Viveva, perché ahinoi la Trota Fragorosa è scomparsa nell’Ottocento, forse ad opera dei briganti della Campagna Romana che si davano appuntamento tra il lusco e il brusco proprio all’Osteria addossata alla Torre e quando il bottino era stato buono festeggiavano a spese delle carni succulenti della suddetta regina.
Si narra che l’ultima Trota Fragorosa fu arrostita alla brace e spiattellata davanti al brigante Gelsomino; questi l’assaggiò, si ruppe un dente, fece una smorfia e risputò: “Porca trota, un rubino!”. Trattavasi in effetti di un piccolo rubino rosa del Monzambico, staccatosi chissà come dal copricapo dell’archimandrita. Fu così che Gelsomino e la sua banda organizzarono seduta stante una spedizione notturna all’Abbazia di San Nilo. Ma qualcuno aveva tradito: i frati dell’abbazia li aspettavano, schierati dietro le colonne del chiostro, ognuno armato di un pesante volume preso nella ricchissima biblioteca…

Eccetera eccetera, la Trota Fragorosa, nel frattempo, è diventata una Trota Favolosa.

Il pensiero va ovviamente a Rodari, al Libro degli errori dove il professor Grammaticus a passeggio legge le insegne (“Cugine economiche”, “Nobili per ufficio”, “Scarpe fatte a nano”), si immagina il referente fantastico (“il Conte Tavolino”), ridacchia, sghignazza, e a volte corregge con la sua matita rossa.
Nella Grammatica della Fantasia (capitolo 9, L’errore creativo) Rodari prova a descrivere il fenomeno reale che sta sotto a quello narrativo: i bambini che “sbagliando inventano”, producendo una parola o un’intera espressione che assomiglia ad un’altra ma non è semplicemente una versione corrotta casualmente, ha una sua logica. Due esempi: la “mastichina” (anziché pasticchina) e “San Giuseppe, il padre più cattivo” (invece che putativo) di Gesù. La teoria di Rodari è che i bambini abbiano cercato di dare un senso a delle espressioni altrimenti incomprensibili pescando dalla loro esperienza. In questo modo mostrano un rispetto enorme per il linguaggio pubblico e contemporaneamente ci fanno vedere uno scorcio dei meccanismi di costruzione di quello privato.

Nel caso della mia Trota Fragorosa, invece, l’errore non è nella produzione, ma nella lettura. La versione che credo di aver letto è diversa da quella scritta, come nei fenomeni diversi che vanno sotto il cappello della dislessia. Ho letto in fretta e poi non ho avuto tempo, o voglia, di controllare e correggere. Ho usato una strategia profonda, rapida ma non sicura al cento per cento, ho acquisito un’immagine generale rozza (una parola di cinque lettere con una paio di t e una r che finisce per a) e poi l’ho completata sulla base di informazioni di contesto (i pesci dell’allevamento che avevo oltrepassato pochi chilometri prima). E che dire di quel fragorosa? Forse le fragole allontanate nello sfondo hanno continuato a spingere cambiando la l in r. Forse mi ha aiutato il fatto che in tutta l’espressione ci sono solo due vocali (a , o), e che la loro sequenza è piacevolmente simmetrica (oaaooa), costituendo una struttura solida in cui le consonanti possono essere scambiate senza troppi patemi.
Comunque sia, la cosa interessante è che non mi sono fermato lì (altrimenti non mi sarei accorto dell’errore) ma nemmeno l’ho corretto in maniera automatica. Come rallentando tutta l’operazione, mi sono ricavato un intervallo tra un tempo e l’altro, tra la lettura approssimata e quella analitica. In quell’intervallo si è fatto lo spazio per il gioco creativo che ha fatto nascere una storia.

Capita solo a me? Capita a tutti? Succede quando siamo stanchi, quando lasciamo andare la mente in libertà (come quando si guida la moto), oppure quando invecchiamo e la mente si comincia a confondere? O invece è un dono, un’abilità speciale? E si può imparare con l’esercizio? Cioè, invece di puntare all’automatismo, alla velocità e alla chiusura, si potrebbe puntare alla consapevolezza dei processi, alla scelta, all’apertura? Domande, domande.
In ogni caso, secondo me questa capacità di stra-leggere Rodari ce l’aveva eccome e l’ha messa a furto con inarrivabile maestrina.