Digi Tales

Piano Scuola 4.0: gli ambienti digitali entrano nella scuola italiana. Forse.

1. Ambienti di apprendimento

Il tema degli ambienti digitali di apprendimento non è nuovo: se ne parlava almeno a partire dalla fine degli anni ’90 nel mondo della ricerca. Personalmente ho addirittura scritto un libro con questo titolo.1 Poi è tornato sotto i riflettori a causa della pandemia, con un significato negativo, limitato, oppositivo: ambienti per la didattica a distanza, cioè distante; per l’insegnamento remoto, cioè distaccato; per l’apprendimento solitario, cioè senza relazioni. Ma è riemerso con un significato positivo nel recente Piano Scuola 4.0,2 in uno dei due macro capitoli che fanno parte della voce di investimento 3.2 “Scuola 4.0 – Scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori”, in particolare quello che si chiama “Next Generation Classrooms”. Come molti sapranno, Next Generation EU è il nome complessivo delle azioni europee per il rilancio dell’economia post pandemia. In pratica, il PNRR.

E’ forse la prima volta che in un documento ufficiale del Ministero si fa riferimento esplicitamente agli ambienti digitali. Per capire la rilevanza: nell’OM 172/2020, che è solo di un anno e mezzo precedente, si faceva riferimento agli ambienti di apprendimento sempre e solo dal punto di vista fisico. Non solo: nel paragrafo corrispondente del documento generale sul PNRR3 si dice solamente che

“La misura mira alla trasformazione degli spazi scolastici affinché diventino connected learning environments adattabili, flessibili e digitali, con laboratori tecnologicamente avanzati e un processo di apprendimento orientato al lavoro.” (pag 190)

in cui la parola chiave è connected, che fa riferimento semplicemente al cablaggio delle aule e all’introduzione di dispositivi fisici. In effetti vederemo che c’è un certo slittamento di significati di “digitale”: da cablato a intelligente passando per innovativo.

Nella parte iniziale del documento che descrive il Piano 4.0 (il capitolo è intitolato “Background”) si ricostruisce la storia recente delle tecnologie digitali nella scuola italiana e si forniscono alcuni numeri. Si citano, nella preistoria, le LIM, le classi 2.0, il wifi. Poi si passa alla “transizione digitale” avviata dal PNSD di cui il Piano Scuola 4.0 dovrebbe essere il completamento. Si passano in rassegna i Quadri delle competenze e i Piani europei e si mettono in relazione con le azioni previste nel quadro del PNRR.

La sezione su cui ci vogliamo concentrare è però la 2 (Next Generation Classrooms) che prevede la trasformazione di 100.000 aule in ambienti innovativi di apprendimento.

2. Riferimenti internazionali

I riferimenti ufficiali principali – e questa è una buona notizia – non sono soltanto ordinanze e decreti nazionali o piani europei, ma due documenti internazionali dedicati proprio agli ambienti di apprendimento digitali. Vale la pena di andarli a leggere.

2.1 Il primo documento, del 2017, è dell’OCSE (The OECD handbook for innovative learning environments, OECD Publishing, Paris).4 Nel documento (una revisione di un precedente manuale OCSE del 2013) vengono descritti gli Innovative Learning Environments, a partire da 7 principi base, passando poi per gli strumenti, la valutazione eccetera.

Nel Piano Scuola 4.0 viene riportata la traduzione italiana, a cura del Ministero, proprio di questi 7 principi; curiosamente però il titolo è diventato “I 7 principi dell’apprendimento” mentre ad evidenza si tratta di principi per la progettazione di ambienti di apprendimento. I principi sono, a mio parere, altamente condivisibili: mettere al centro i discenti, in forma cooperativa, tenendo conto delle emozioni e delle differenze. C’è una forte sottolineatura della valutazione formativa e sul feedback agli studenti e addirittura vengono auspicate delle connessioni non solo tra aree disciplinari ma tra l’ambiente e il resto del mondo.

Nel manuale OCSE non si parla molto di tecnologie digitali, se non per dire che sono abilitanti per tutte quelle innovazioni degli apprendenti, dei formatori, dei contenuti e delle risorse (che sono i quattro cardini del framework OCSE). Tuttavia si avverte il lettore che

la semplice presenza della tecnologia non è sufficiente, di per sé, ad innovare gli ambienti di apprendimento. Né l’innovazione dovrebbe essere assunta come sinonimo di “passare al digitale”, perché questo potrebbe essere fatto riproducendo metodi e pedagogie tradizionali con un diverso formato (pag. 46, trad. nostra)

Tornando al Piano, subito dopo i principi vengono riportati altri concetti ripresi dal manuale OCSE: la scuola come organizzazione formativa gestita da una leadership e sostenuta da innovazioni, in collaborazione con istituzioni pubbliche e private. Qui si sente chiaramente un “profumo” di scuola-azienda che non piacerà a tutti. Per la verità questo profumo diventa più forte quando si parla della seconda azione, Next Generation Labs, che punta alla formazione alle competenze digitali specialistiche a partire dalla scuola secondaria di secondo grado.

2.2 Anche nel secondo documento internazionale citato si parla di leadership. Si tratta di un rapporto dell’International Bureau of Education dell’UNESCO (In pursuit of smart learning environments for the 21st century, UNESCO International Bureau of Education, Bangkok).5 Anche questo documento è del 2017 ed è dedicato stavolta agli ambienti di apprendimento intelligenti (nell’originale, “smart”). Lo slittamento da innovativo a intelligente è significativo: sembrano aggettivi simili, che nel discorso mediatico sono quasi sinonimi, o al massimo occupano posizioni diverse in una stessa scala: l’intelligenza è il punto di arrivo dell’innovazione. I telefoni tradizionali sono stati sostituiti da telefoni “smart”; le nuove città connesse e dotate di servizi in tempo reale basati sui dati diventano “smart cities”, eccetera.

Se ci si pensa un attimo, invece, sono cose piuttosto diverse. L’innovazione non punta necessariamente all’intelligenza, ma può andare verso la riduzione degli sprechi o verso la costruzione di un futuro sostenibile. Reciprocamente, l’intelligenza di un artefatto non è necessariamente il punto di arrivo dell’innovazione, soprattutto quando intelligenza non è sinonimo di efficacia ed efficienza ma solo di gestione totalmente automatizzata.

In effetti, per chi si prenda la briga di leggere il documento dell’UNESCO, si scopre che la definizione di Smart Learning Environment è la seguente:

“Un ambiente di apprendimento intelligente è un sistema adattivo che mette l’apprendente in primo piano; migliora le esperienze di apprendimento basandosi su “tratti di apprendimento, preferenze e progresso; presenta gradi di impegno crescenti, accesso alla conoscenza, feedback e orientamento; usa media complessi con un accesso trasparente ad informazioni pertinenti, tutoraggio in tempo reale e nella vita reale, con uso massiccio di IA, reti neurali e tecnologie smart per arricchire continuamente l’ambiente di apprendimento.”

Il testo procede fornendo varie definizioni di ricercatori che si sono occupati di questo tema negli anni passati. Lo schema che appare è quello di una piattaforma che gestisce il processo di apprendimento tramite moduli che individuano lo studente (anche nello spazio, tramite sensori), ne valutano le performance, assegnano dei task, aggiustano i contenuti personalizzandoli, il tutto basandosi su un “motore inferenziale”, termine che andava di moda qualche anno fa per indicare un software che prende decisioni basandosi su fatti e regole.

Non tutti, forse, gradiranno questo schema, che richiama alla mente il sistema Plato degli anni ’50 o gli Intelligent Tutoring System degli anni ’80; solo che oggi, con la dimostrazione di quello che può realmente fare un software IA addestrato con i dati di milioni di persone e che usa un modello opaco (non più fatti e regole) lo scenario che si prospetta è più preoccupante. In ogni caso, non assomiglia molto agli “ambienti” di cui si parla nel resto del Piano: non si parla qui di uno spazio, ma di un attore autonomo che pianifica e gestisce automaticamente le attività degli studenti. Non c’è traccia del ruolo del docente umano, ma solo del leader (il dirigente? il responsabile della formazione?).

L’IA è però un leit motiv di tutto il Piano. L’espressione compare ben 8 volte nel testo, insieme a robotica, cybersicurezza, big data e calcolo quantistico (?). IA come contenuto (ad esempio, “[…] strutturare percorsi didattici sull’apprendimento dell’intelligenza artificiale e sul suo uso etico o sulla cybersicurezza all’interno del curricolo di istituto“) ma anche IA come strumento di gestione dell’istruzione, secondo quanto previsto da una della Azioni che fanno parte della Priorità Strategica 1 (“Promuovere lo sviluppo di un ecosistema altamente efficiente di istruzione digitale”) del Piano Europeo di Azione per l’educazione digitale 2021-2027, che viene citata nel Piano Scuola 4.0 tra i riferimenti fondamentali. Questa attenzione per l’IA andrebbe letta nel quadro generale dell’interesse a livello europeo per le questioni etiche che nascono dall’applicazione massiccia dell’Intelligenza Artificiale, in una specie di spartizione del mercato globale con i Paesi dell’Est: a loro la tecnologia, a noi la riflessione filosofica.

Ma tornando a lidi più miti, poco più sotto si descrive genericamente il potenziale delle tecnologie (digitali, ça va sans dire) più tradizionali:

“Le tecnologie consentono di poter (sic) accrescere la cooperazione e le relazioni fra studenti, fra docenti e fra studenti e docenti, di personalizzare e rendere flessibili le modalità di apprendimento, di gestire una gamma ampia di fonti, dati e informazioni on line, di acquisire competenze orientate al futuro, fondamentali per la cittadinanza e il lavoro, di attivare strumenti di verifica e di feedback degli apprendimenti avanzati, di rafforzare i rapporti con le famiglie e i partenariati a livello locale e globale.” (pag. 15).

In effetti l’introduzione delle tecnologie digitali a scuola (per curiosa che possa sembrare oggi questa espressione, che sembra dimenticare che le tecnologie digitali a scuola ci sono già: le portano tutti i giorni i ragazzi) è stata spesso giustificata per differenza tra scuola e società: siccome queste tecnologie esistono fuori dalla scuola, e siccome gli studenti un giorno dovranno usarle, allora meglio impararle subito. E’ la giustificazione che ha accompagnato l’introduzione dell’ora di coding: in Italia mancano gli informatici, e mancheranno sempre di più, quindi bisogna cominciare a preparare i programmatori di domani fin da piccoli (“acquisire competenze orientate al futuro, fondamentali per la cittadinanza e il lavoro”). Purtroppo la velocità di mutazione delle tecnologie digitali è tale da rendere questo processo – ammesso che l’analisi sul mercato del lavoro di domani sia corretta – senza speranza, in una rincorsa che ricorda quella di Achille e la tartaruga. Tra il momento in cui un bambino apprende un linguaggio di programmazione e il momento in cui dovrebbe usarlo professionalmente passano (almeno) dieci anni. Ma i linguaggi di programmazione più promettenti oggi (Go e Rust, per fare due esempi) dieci anni fa non erano ancora nati o stavano emettendo i primi vagiti.

La giustificazione presente nel Piano è una variante di quella classica: siccome le tecnologie digitali ci sono, là fuori, tanto vale usarle subito anche dentro la scuola. Qui non si dice che i ragazzi devono essere formati all’uso delle tecnologie digitali, evidentemente perché si è preso atto del fatto che le usano già. Perché però devono essere introdotte proprio le tecnologie digitali e non, poniamo, la falegnameria o l’agricoltura? Anche queste tecnologie esistono e vengono usate fuori dalla scuola. Beh, si dirà, ma quelle non sono tecnologie abilitanti, non servono a potenziare l’apprendimento, che dovrebbe essere il fine della scuola. Eppure il legame delle tecnologie digitali con un possibile miglioramento dell’apprendimento è affidato nel testo ad un’unica frase: “personalizzare e rendere flessibili le modalità di apprendimento”, che non è proprio chiarissima ma probabilmente fa riferimento all’uso di media e canali diversi. Il grosso della motivazione dell’introduzione delle tecnologie digitali, almeno in questo paragrafo, è tutta nell’ordine della quantità. Si parla di accrescere, rafforzare, gestire grandi moli di dati. Le tecnologie digitali sono viste soprattutto come moltiplicatori, connettori di persone e servizi, non come modificatori.

Non si dice, per la verità, che non se ne possano fare usi più specifici, più significativi per la scuola. Per esperienza personale, però, posso dire che il fatto che una tecnologia renda possibile un certo uso non dice nulla sul fatto che quell’uso venga realmente effettuato. Ci vuole una spinta maggiore della semplice disponibilità: deve esserci la chiara percezione di un bisogno, o di un miglioramento possibile, che deve riguardare le persone coinvolte nel contesto immediato, non un futuro probabile e lontano. Questo è stato il motore che ha spinto migliaia di docenti ad affrontare la DaD con più energia e determinazione di tanti corsi di aggiornamento professionale. Con risultati non ottimali, certo, ma sicuramente molto superiori alle attese.

3. Ambienti digitali

Quindi si passa finalmente agli ambienti digitali:

“Gli ambienti fisici di apprendimento non possono essere oggi progettati senza tener conto anche degli ambienti digitali (ambienti on line tramite piattaforme cloud di e-learning e ambienti immersivi in realtà virtuale) per configurare nuove dimensioni di apprendimento ibrido. L’utilizzo del metaverso in ambito educativo costituisce un recente campo di esplorazione, l’eduverso, che offre la possibilità di ottenere nuovi “spazi” di comunicazione sociale, maggiore libertà di creare e condividere, offerta di nuove esperienze didattiche immersive attraverso la virtualizzazione, creando un continuum educativo e scolastico fra lo spazio fisico e lo spazio virtuale per l’apprendimento, ovvero un ambiente di apprendimento onlife”. (pag. 15)

Il lessico è forse un po’ troppo legato alle parole del momento (metaverso, eduverso, onlife) e chissà se resterà comprensibile tra qualche anno. Ma attenzione alla prima frase: gli ambienti fisici non possono essere progettati senza tener conto si quelli digitali. Questa è veramente una rivoluzione copernicana: gli ambienti digitali diventano parte necessaria, non facoltativa o opzionale, da tirar fuori nelle emergenze. Occorre naturalmente vedere come questa ibridazione si declina: si tratta solo di sapere dove collocare una LIM oppure di immaginare un ambiente di apprendimento dove oggetti e rapporti fisici possano dare origine a oggetti e rapporti digitali che a loro volta permettono di capire meglio i primi? Un esempio banale: una webcam con lenti addizionali montata su un cavalletto riprende il movimento di un insetto e manda il flusso di immagini ad un software che le elabora per creare un grafico nel tempo dei suoi movimenti.

Non mi soffermo sulle successive descrizioni degli interventi relativi alle dotazioni hardware e all’infrastruttura di rete; è curioso però che vengano descritti dei dispositivi legati ad attività concrete, come se queste attività fossero cablate nei dispositivi stessi:

“Le nuove classi, oltre ad avere uno schermo digitale, dispositivi per la fruizione delle lezioni che vi si possono svolgere anche in videoconferenza e dispositivi digitali individuali o di gruppo (notebook, tablet, etc.), dovranno avere a disposizione, anche in rete fra più aule, dispositivi per la comunicazione digitale, per la promozione della scrittura e della lettura con le tecnologie digitali, per lo studio delle STEM, per la creatività digitale, per l’apprendimento del pensiero computazionale, dell’intelligenza artificiale e della robotica, per la fruizione di contenuti attraverso la realtà virtuale e aumentata.”

Che cos’è un dispositivo per la promozione della scrittura e della lettura? Forse un computer fisso con uno schermo grande, una tastiera e un mouse, a differenza di tablet e notebook? In una visionaria immagine di inizio secolo il mio gruppo di lavoro aveva immaginato una “ambiente di apprendimento integrato”, cioè una stanza in cui erano collocati dei dispositivi fisici che non erano semplicemente computer, ma attrezzi digitali specializzati: un tavolo per disegnare mappe interattive, un leggio dove scrivere e leggere testi con l’aiuto di vocabolari (trovate l’immagine in testa a questo articolo), un piano per progettare esposizioni. Queste macchine colorate non sono mai state costruite fisicamente, ma erano delle metafore, degli oggetti fantastici che corrispondevano a dei software educativi che invece avevamo realizzato davvero. Ecco, quelli avrebbero potuto essere “dispositivi per la promozione” di attività cognitive complesse. Purtroppo i dispositivi digitali che si possono trovare nelle scuole primarie oggi sono al massimo stampanti 3D e robottini più o meno evoluti.

Il passo successivo introduce più chiaramente i software intesi come servizi fruibili tramite rete e residenti altrove:

“Per il miglior utilizzo didattico dei dispositivi è opportuno che la scuola organizzi anche un proprio catalogo di risorse digitali di base, software e contenuti disciplinari o interdisciplinari, disponibili anche sul cloud.”

E’ francamente sorprendente che, con un salto indietro nel tempo, si parli di cataloghi locali, anziché di cataloghi condivisi. Dopo interi progetti gestiti dalla BDP/ANSAS/INDIRE dedicati alla creazione di archivi di risorse controllate, verificate, standardizzate, pubblici e utilizzabili da tutte le scuole, si torna al catalogo della scuola. Non aiuta la precisazione “disponibili anche su cloud” che anzi ratifica un equivoco ahimè diffuso quasi ovunque: cloud non significa internet. Se una scuola mette i suoi file o i suoi software su un server, fisico o virtuale, non sta affatto usando il cloud. Cloud significa la distribuzione di servizi e risorse su più server, collocati fisicamente in luoghi diversi, secondo una logica che privilegia l’efficienza e il risparmio del fornitore, ma che è del tutto trasparente per l’utente finale. Tra l’altro con i noti problemi di collocazione di file e dati anche personali al di fuori dalla giurisdizione europea, in violazione del GDPR.

In generale, non è chiaro se l’ambiente deve essere arredato (se non addirittura progettato e realizzato) da ogni scuola sulla base delle proprie competenze ed esperienze, o facendo ricorso a professionisti esterni scelti localmente, o se verranno proposte delle Linee Guida che indicano come scegliere software e risorse: con quale validazione, quale licenza, quali formati, quali garanzie di accessibilità, eccetera.

Un paragrafo che potrebbe essere significativo (soprattutto se incrociato con l’OM 172) è quello relativo all’uso delle tecnologie digitali per la valutazione:

Allo stesso tempo gli ambienti innovativi e le tecnologie possono rappresentare una importante occasione di cambiamento dei metodi e delle tecniche di valutazione degli apprendimenti in chiave formativa e motivazionale, grazie al contributo offerto dalle tecnologie digitali che consentono di avere feedback in itinere per monitorare e migliorare sia il processo di apprendimento dello studente che di insegnamento da parte del docente.” (p.18)

Qui, per una volta, non si parla di quiz e app, ma proprio di raccolta continua di dati finalizzati non alla valutazione delle abilità e delle conoscenze apprese, ma del processo, da entrambe le parti. Il testo sembra quasi una citazione di quanto suggerito nell’area “Assessment” del DigCompEdu ovvero dell’European Framework for the Digital Competence of Education del 20176

Infine si passa all’aspetto più interessante dal mio punto di vista: l’integrazione tra ambiente fisico e digitale. Dico che è il più interessante perché compie un salto epocale: siamo finalmente usciti dal mantra della DaD che serve solo per superare l’emergenza in cui “la scuola è chiusa”. Qui si dice che anche quando la scuola (quella fisica) è aperta si possono usare ambienti di apprendimento digitali, ad integrazione di quelli fisici.

Non più il digitale per superare la distanza, ma il digitale per trasformare, creare, condividere all’interno delle prassi quotidiane. Non si tratterà più di simulare la lezione in presenza (o la valutazione in presenza) ma di inventare un modo diverso di apprendere e insegnare arricchito da strumenti con i quali si può andare oltre la trasmissione di conoscenze. Certo occorrerà cercarli, questi strumenti (trascurando per l’appunto videoconferenze e quiz online), occorrerà imparare a usarli, soprattutto farsi venire in mente modi di usarli. E’ persino possibile che si debbano creare strumenti nuovi: non ci sarebbe niente di male, i software vengono scritti da persone, non si trovano sugli alberi. Un ministero, un’università, ma anche una rete di scuole o persino una scuola, può decidere di raccogliere bisogni e idee e provare a realizzare del software educativo, possibilmente opensource, come hanno fatto insegnanti di buona volontà per tanti anni.

“L’ambiente fisico di apprendimento dell’aula dovrà essere progettato e realizzato in modo integrato con l’ambiente digitale di apprendimento, affinché la classe trasformata abbia anche la disponibilità di una piattaforma di apprendimento, che può spaziare da una semplice piattaforma di e-learning a una piattaforma di realtà virtuale che riproduce l’ambiente fisico della classe.” (pag. 17).

Il concetto è affermato, anche se non si capisce esattamente a cosa serva una piattaforma di realtà virtuale che non riproduce, che so, una galassia o l’interno di una cellula, ma la stessa aula dove ci si trova. Probabilmente si pensa ancora allo studente che sta a casa o in ospedale mentre i compagni sono in aula; ma non è questo, a mio parere, lo scopo principale della realtà virtuale. Se non fosse altro che una ripetizione della realtà fisica accessibile da un altro luogo sarebbe una bella comodità, ma non avrebbe niente di educativo.

Il capitolo si conclude con l’elenco dei vantaggi delle Next generation classroom (apprendimento attivo e collaborativo, motivazione, benessere, inclusione e personalizzazione) mescolati però a metodologie “innovative”, come il peer learning, il problem solving, etc. Il risultato finale sarà il consolidamento delle abilità (sic) cognitive e metacognitive, sociali ed emotive, pratiche e fisiche.

4. Piattaforme?

Naturalmente oltre alle azioni sull’hardware e il software il Piano prevede azioni formative dirette a docenti, animatori digitali e dirigenti. Si stanno aprendo (giugno 2022) le iscrizioni ai corsi online gestiti da poli territoriali. I temi sono moltissimi; però non è chiaro, o per lo meno io non ho saputo capirlo, su quali piattaforme questi corsi verranno ospitate.

A questo punto può sorgere la domanda più generale: ma cosa sono queste piattaforme di e-learning e questi ambienti di realtà virtuale che vengono citati? Come devono essere fatti, e da chi? chi li ospita e con quali garanzie (ricordiamo che si sta parlando di minori)? Sono le stesse piattaforme utilizzate attualmente nella grande maggioranza delle scuole italiane per uscire dal baratro del confinamento? Sono altre, selezionate dal Ministero con gli stessi criteri utilizzati all’inizio della pandemia? Dovranno essere ospitate sulle macchine delle scuole o, più verosimilmente, su “cloud”? E in questo caso, dovranno essere gratuite oppure pagate con i fondi dell’Azione stessa?

Probabilmente molti dirigenti e docenti avranno in mente una risposta chiara: sì, certo, dovranno essere le piattaforme in uso, che i docenti e gli studenti già conoscono, e che essendo proposte da grandi soggetti ICT sono stabili, sicure, robuste. Perché cambiare?

Qualche dirigente potrà obiettare – avendo fatto la prova – che esistono alternative, cioè software il cui codice sorgente è aperto (il che significa che si sa esattamente cosa fa con i dati che acquisisce), ospitate da Internet Service Provider in Italia, che sono state progettate come ambienti di apprendimento e utilizzate per questo scopo da anni e anni.

Per essere chiari: le “piattaforme” più diffuse oggi nella scuola italiana non sono ambienti di apprendimento digitali. O meglio, sono certamente luoghi dove può verificarsi un apprendimento (come un videogioco, un social network), come effetto collaterale. Ma mancano tutti gli elementi che li costituirebbero come ambienti di apprendimento:

  • non sono pensati per lo studente, sono pensati per il lavoratore. Questo si vede ancora, in qualche caso, dal lessico e dall’organizzazione delle funzionalità;
  • non sono modificabili dallo studente, ma solo dall’amministratore
  • non sono costruite sul modo di funzionare della scuola italiana, ma al massimo mimano quella di cultura statunitense
  • sono rigide e non sono progettati per cedere il controllo allo studente

Quest’ultimo punto può sorprendere ma a mio avviso è il più importante: un ambiente non è educativo perché ha i contenuti giusti, ma perché è progettato dall’inizio per consentire al soggetto che apprende di impadronirsene un po’ alla volta, al momento giusto, con i suoi tempi. Più il soggetto si appropria dell’ambiente, più l’ambiente gli cede il controllo. E’ la differenza tra un ambiente qualsiasi (una fabbrica, un ospedale, una prigione, come si diverte a chiusare Gert Biesta in un recente scritto) dove l’apprendimento è possibile e un ambiente progettato per l’apprendimento.

Il fatto che i soggetti fornitori di questi servizi non siano specializzati nel dominio educativo dovrebbe far riflettere. Chi ha seguito le evoluzioni di Workspace e di Teams si ricorda che sono nati come strumenti per la collaborazione professionale, tra lavoratori che appartengono allo stesso team. Esattamente come le LIM, nate come supporto per le riunioni sono diventate strumenti didattici senza cambiare molto della loro struttura e funzionalità.

Non aiuta la discussione, purtroppo, la contrapposizione di queste “piattaforme private” con la mitica piattaforma pubblica del GARR. Per chi non lo conoscesse, il GARR è un consorzio italiano di università ed enti di ricerca costituito trent’anni fa per fornire connettività (in fibra ottica) ad istituzioni pubbliche come ospedali, musei, scuole. In occasione della pandemia – al pari di altri soggetti, pubblici e privati – ha messo a disposizione una certa quantità di risorse hardware e di software (in particolare, un’installazione di Jitsi, software opensource per la videoconferenza).

Oltre alla connettività, GARR fornisce servizi di streaming, di cloud, di storage, ma solo agli enti che fanno parte del consorzio. Alla proposta di estendere questa offerta alle scuole, cioè di fungere da fornitore di servizi di hosting, uno dei responsabili ha riposto abbastanza chiaramente che non dispone né del personale né delle risorse informatiche adeguate, e forse nemmeno dell’interesse. In ogni caso, il GARR non ha mai avuto niente di paragonabile a Google Workspace o a Microsoft Teams. E, una volta per tutte, un ambiente di apprendimento non è un sistema per la videoconferenza.

Il punto importante, a mio avviso, non è la distinzione tra pubblico e privato né la gratuità dei servizi offerti tramite la piattaforma. Dovrebbe essere invece immaginata una collaborazione trasversale tra pubblico e privato, profit e non profit, basato sul riconoscimento dei legittimi interessi, che devono essere trasparenti e regolati. Si dovrebbe puntare a costruire un ecosistema sostenibile di piattaforme diverse basato su linee guida, un registro pubblico e dei protocolli aperti per lo scambio di dati.7

Sulla idea stessa di fornire una piattaforma unica a tutte le scuole, centralizzata, ho già scritto che mi pare una follia: tecnicamente, è una strada che è stata giù percorsa in maniera fallimentare in passato. Ma c’è da interrogarsi anche sul senso di un’operazione del genere: perché mai un’unica piattaforma dovrebbe soddisfare tutte le esigenze di scuole di ordine e grado diversi? Gli esempi citati (la Francia su tutti) non sembrano deporre particolarmente a favore di questo tipo di soluzione unica: diventano presto obsoleti, richiedono un accesso macchinoso, soffrono di inevitabili problemi di sovraccarico.

Infine, dal punto di vista della sostenibilità economica del Paese: se oggi ci sono – o almeno potrebbero esserci – imprese italiane che fanno della proposta di servizi legati alla videoconferenza o agli ambienti di e-learning il loro core business, perché forzarli a chiudere con una concorrenza sleale come quella di una piattaforma di Stato? Già la loro sopravvivenza è messa in discussione dalla proposta più o meno gratuita di servizi da parte dei grandi soggetti di cui abbiamo parlato sopra (Google e Microsoft, per i più smemorati): serve che ci si metta anche lo Stato?

Non sarebbe più corretto fissare degli standard, dei protocolli di scambio dati, delle misure di sicurezza, dei criteri di scelta, e poi invitare le scuole ad aggregarsi e a richiedere dei servizi adeguati ai loro bisogni? O addirittura a creare soggetti in grado di fornire questi servizi, stimolando gli studenti in uscita dagli istituti tecnici o dalle università a costituire delle cooperative di servizi territoriali?

5. Conclusioni

Non si tratta di conclusioni sul Piano, naturalmente, ma solo sulla visione di “ambiente di apprendimento digitale” che sembra contenere.

Da un lato, va salutato – a mio avviso – positivamente il fatto che non si parli solo di aule, laboratori e palestre. Ambiente non significa più solo uno spazio fisico tridimensionale limitato da pavimento, mura, finestre e soffitto. Questo significa moltissimo: che “stare” non vuole dire solo essere con il corpo in un luogo; che “identità” non significa solo corpo fisico; che “relazione” non significa solo vicinanza tra corpi fisici; che “comunicazione” non significa solo scambio di suoni; eccetera.

Dall’altro si fa sempre più chiara la consapevolezza che ambiente di apprendimento possa anche significare una cosa diversa da quello spazio ideale aperto, collaborativo, dove studenti e docenti possono scambiarsi risorse e pratiche: un’idea di “piattaforma” come quella che abbiamo visto di recente incarnata in Google Workspace e in Microsoft Teams, per citare i due esempi più noti, o forse il metaverso di Meta, magari con dietro un IA che decide cosa e quando insegnare. Una piattaforma fornita come servizio, sparsa nel cloud, da grandi e grandissimi soggetti dell’industria digitale.

Occorre essere attenti, chiedere chiarimenti, stimolare e partecipare ad un dibattito, pretendere un alto grado di trasparenza sulle scelte e non aspettare che si arrivi con le soluzioni pronte e, ahimè, non più modificabili.

Note

1 Penge S., Terraschi M., Ambienti digitali per l’apprendimento. Anicia, 2004.

2 Il documento alla data attuale non sembra reperibile né sul sito del MIUR né su quello di ScuolaFutura (https://scuolafutura.pubblica.istruzione.it/) né su quello di Italia Domani (https://italiadomani.gov.it/it/)

3 https://italiadomani.gov.it/content/dam/sogei-ng/documenti/PNRR%20Aggiornato.pdf

4 https://doi.org/10.1787/9789264277274-en. E’ liberamente leggibile online, ma scaricabile solo a pagamento, pratica piuttosto curiosa in epoca di open access, tanto più che si tratta di un documento dedicato principalmente al settore dell’educazione scolastica.

5 https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000252335.locale=en

6 https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC107466/pdf_digcomedu_a4_final.pdf

7 Come ho cercato di dimostrare in “Privato, pubblico e aperto”, Media Education 12(2): 15-24. Dicembre 2021. https://www.academia.edu/69601402/Privato_pubblico_e_aperto

Piattaforme obbligatorie e non

Dunque si inizia: in presenza ma lontani, a distanza ma connessi. I professionisti, le aziende, le associazioni, le fondazioni, le università e le scuole devono essere pronti in caso di X (con X=lockdown totale, ma anche dimezzamento dei docenti o degli studenti).
Nella Scuola e nell’Università italiane sono pochi (da quello che vedo) quelli che colgono l’occasione per riformare la maniera di apprendere e insegnare una volta per tutte, per esempio abbandonando il modello trasmissivo e adottandone uno di costruzione collettiva di conoscenza. Pochi hanno utilizzato questi mesi per risistemare il “capitale” di metodi, risorse, informazioni esistente ma frammentato e nascosto nelle teste o nei file dei docenti, in modo da renderlo accessibile, manutenibile, incrementabile, insomma usabile davvero. Ancora meno, mi pare, hanno ripensato la valutazione, arricchendola con elementi che derivano proprio dall’esistenza di un piano digitale comune dove studenti e docenti si muovono insieme.

Adesso però bisognerà scegliere il sistema di videoconferenza (che come si sa è IL canale deputato a tutto: formare, valutare, controllare, supportare, selezionare, anche se probabilmente nessuna scuola italiana è oggi in grado di reggere la connessione contemporanea di tutti gli studenti e docenti) ed, eventualmente, la piattaforma dove collocare i “contenuti didattici da far fruire”. Sic.

Quale piattaforma? Beh, naturalmente lo decide il dirigente, che però non necessariamente ha tutte le conoscenze tecniche e legali che servono. Forse si fa consigliare dall’animatore digitale, forse da un consulente esterno, oppure dai colleghi dirigenti più in vista. Oppure va sul sito del MIUR e poi torna trionfante: “Bisogna usare X, lo dice il Ministero!”. Allora, parliamone.

Nella pagina https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html si trovano solo tre proposte di piattaforma: Google Suite, MS Teams e TIM Weschool. Visto? Ma se cliccate sul bottone “Continua a leggere” (che sarebbe stato meglio chiamare: inizia a leggere) magicamente appare un testo che dice:

Da questa sezione è possibile accedere a: strumenti di cooperazione, scambio di buone pratiche e gemellaggi fra scuole, webinar di formazione, contenuti multimediali per lo studio, piattaforme certificate, anche ai sensi delle norme di tutela della privacy, per la didattica a distanza. I collegamenti delle varie sezioni di questa pagina consentono di raggiungere ed utilizzare a titolo totalmente gratuito le piattaforme e gli strumenti messi a disposizione delle istituzioni scolastiche grazie a specifici Protocolli siglati dal Ministero. Tutti coloro che vogliono supportare le scuole possono farlo aderendo alle due call pubblicate dal Ministero che contengono anche i parametri tecnici necessari.

“Le “call” con i “parametri tecnici” stanno alla pagina https://www.miur.gov.it/web/guest/-/coronavirus-pubblicate-due-call-per-sostenere-la-didattica-a-distanza
I requisiti “tecnici” che devono avere le piattaforme sono presto detti:

“[…] tutte le piattaforme devono essere rese disponibili gratuitamente nell’uso e nel tutorial; la gratuità va intesa sia nella fase di adesione ed utilizzo dello strumento sia al termine di tale fase. Nessun onere, pertanto, potrà gravare sulle Istituzioni scolastiche e sull’Amministrazione;

  • per le piattaforme di fruizione di contenuti didattici e assistenza alla community scolastica: sicurezza, affidabilità, scalabilità e conformità alle norme sulla protezione dei dati personali, nonché divieto di utilizzo a fini commerciali e/o promozionali di dati, documenti e materiali di
    cui gli operatori di mercato entrano in possesso per l’espletamento del servizio;
  • per le piattaforme di collaborazione on line: qualifica di “cloud service provider della PA” inerente alla piattaforma offerta, ai sensi delle circolari Agid n. 2 e 3 del 9 aprile 2018.”

Insomma, prima di tutto servizio gratis ma con assistenza. Poi una divisione che a me sembra un po’ sospetta:

  • da un lato piattaforme per la fruizione di contenuti didattici e assistenza alla communità scolastica, che devono soddisfare requisiti più stringenti in termini di sicurezza, protezione della privacy;
  • dall’altro le piattaforma di collaborazione online, che NON hanno bisogno di soddisfare questi requisiti.

Indovinate in che categoria vanno certe piattaforme gratuite a cui sicuramente state pensando adesso?
Chi si può permettere questo tipo di offerta gratuita a tutte le scuole italiane? E’ un modo chiaro per estromettere ogni piccolo fornitore locale, ogni proposta fatta una piccola cooperativa di ex-studenti dell’istituto tecnico. E’ un modo per aumentare il monopolio e per rinunciare a promuovere una crescita del comparto in Italia. Ne ho già parlato qui.
A parte il fatto che ci sono dei requisiti di legge (GDPR) che nessuna circolare o nota ministeriale può aggirare, non c’è traccia del requisito “a codice sorgente aperto”. Che non è una bizza di qualche hacker fuori tempo massimo: la legge del 7 agosto 2012, n. 134 ha modificato l’art. 68 del codice dell’amministrazione digitale introducendo per tutta la PA l’obbligo di effettuare “analisi comparativa di soluzioni“, comprese quelle basata su software libero o codice sorgente aperto. Inoltre, nelle Linee Guida per l’adozione e il riuso del software da parte delle PA che sono in vigore dal 9 maggio 2019, si aggiunge, tra i criteri di valutazione, l’uso di dati aperti, di interfacce aperte e di standard per l’interoperabilità. Sarebbe ragionevole che questi criteri venissero ricordati, perché non sono curiosità o suggerimenti benevoli. Anche a prescindere dalla questione recente del Privacy Shield statunitense e della sentenza della Corte Europea che lo invalida.
Insomma, caro Dirigente, vogliamo farla, questa valutazione comparativa?

A proposito: i protocolli di intesa firmati nel 2020 stanno qua https://www.istruzione.it/ProtocolliInRete/Protocolli_Accordi.html

Sempre dalla pagina del MIUR si accede ad altri elenchi di iniziative, servizi, insomma cosa che dovrebbero aiutare le scuole sull’onda del #damosenamano. Come https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza_altre-iniziative.html dove ci sono delle pubblicità a società e servizi, oppure quello delle proposte universitarie https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza_uni-afam.html dove si trova lo stesso livello di “valutazione”. Se poi si vuole raggiungere l’apice, si legga l’elenco dei servizi di solidarietà digitale offerti questa volta da MITD e Agid, ma linkato sempre nella pagina MIUR: https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/ dove c’è, francamente, la qualunque.
Insomma: a oggi, non c’è uno straccio di niente che dica che la piattaforma X è adatta mentre la Y no.


Così mi pare si possa dire. Magari mi sbaglio.

Curriculi digitali opensource

Il bando http://www.istruzione.it/scuola_digitale/curricoli_digitali.shtml per i curricoli digitali attualmente in corso (scade il 10 Novembre 2016) prevede 4,3 M€, riservati alle reti di scuole pubbliche e paritarie, destinati alla produzione di 25 curricoli digitali su 10 tematiche, divise in Fondamentali e Caratterizzanti, secondo il seguente schema:

Fondamentali:

  • diritti in internet
  • educazione ai media (e ai social)
  • educazione all’informazione

Caratterizzanti:

  • STEM (competenze digitali per robotica educativa, making e stampa 3D, internet delle cose)
  • big e open data
  • coding
  • arte e cultura digitale
  • educazione alla lettura e alla scrittura in ambienti digitali
  • economia digitale
  • imprenditorialità digitale

Dal mio punto di vista, non è troppo condivisibile questa biforcazione: da un lato le “educazioni a…”, dall’altro il coding, la robotica, i dati aperti. Così si introducono già nei temi e nei curricoli le separazioni che poi è difficile recuperare: tra riflessione teorica e attività tecnica, tra aspetti etici (diritti, doveri) e pratici, tra apprendimento cognitivo e affettività. Ma pazienza, in qualche modo si doveva distinguere.

Il dettaglio dei possibili contenuti dei curriculi è descritto nell’Allegato 2 (http://www.istruzione.it/scuola_digitale/allegati/2016/Allegato_2_Avviso_Curricoli_Digitali.pdf). A mio avviso, si tratta di testi non particolarmente omogenei, perché scritti da persone diverse, come si capisce dal linguaggio utilizzato e dalla formattazione libera. Si può supporre quindi che sia stato dato l’incarico di definire i contenuti a esperti di dominio che non si sono parlati tra loro. Noto che di opensource non si parla mai, e pazienza (ma anche no).

Non mi è chiarissimo il processo di valutazione delle proposte di curriculo. Da quanto ho capito io, ci saranno tre fasi: in una prima vengono richieste solo poche slide di presentazione e un formulario in cui vengano definite le scuole partecipanti, di cui almeno una deve avere esperienze dimostrabili nel settore (solo una?). In una seconda fase, viene stilata una graduatoria e vengono selezionate 125 proposte. Ai soggetti selezionati viene chiesto di inviare il progetto con un esempio, e solo 25 proposte vengono alle fine finanziate, con un massimo di 170.000 € per proposta. Ci sono poi altri 50.000 € per la migliore proposta di comunicazione del progetto (mi è sfuggito come si partecipa a questa speciale categoria).

La commissione di valutazione verrà scelta solo dopo la chiusura della prima fase. I dettagli delle altre due, come pure i processi di monitoraggio, verranno, si spera, chiariti in seguito. Potrebbe succedere, ad esempio, che i curricoli prodotti si sovrappongano oppure che lascino scoperte delle aree? Che seguano modelli completamente diversi? Che lo sviluppo non rispetti le premesse? Speriamo di no, speriamo che sia prevista anche una fase di aggiustamento in corsa.

Ma a prescindere da questi dettagli, ci sono molti aspetti che giudicherei positivi: la sottolineatura dell’importanza degli aspetti di cittadinanza digitale, la richiesta esplicita che i curricoli siano rilasciati come OER (peccato non si diano indicazioni di licenze specifiche: i contenuti prodotti si potranno usare gratis, ma si potranno anche modificare?), la citazione almeno della possibilità di analytics ovvero di raccolta dei dati di utilizzo.

Nel passato, il Ministero dell’Istruzione aveva scritto e pubblicato Programmi e Indicazioni per i vari ordini di scuola. Con la “scuola dell’autonomia”, con il passaggio dalla scuola dei programmi alla scuola dei curricoli, questo compito spetta alla scuola. Le indicazioni ministeriali però esistono ancora, e quattro anni fa per esempio sono state sottoposte ad un processo di verifica pubblica quelle per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo, cioè fino alla scuola secondaria di primo grado inclusa. Per altro, nel documento finale (http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/162992ea-6860-4ac3-a9c5-691625c00aaf/prot5559_12_all1_indicazioni_nazionali.pdf , mi spiace ma non c’era un link più corto) la parola digitale compare solo quattro volte: due nel conteste delle competenze chiave raccomandate dall’Europa, e due nell’area Tecnologia. Leggendo i risultati della consultazione, si capisce che secondo il 24% degli intervistati il digitale avrebbe dovuto essere più presente.

Comunque: in questo caso, forse per la prima volta, si chiede ai diretti interessati, cioè alle scuole – o meglio, a reti di scuole coadiuvate da esperti universitari o altri scelti dalle scuole stesse – di realizzare dei curricoli di livello nazionale, da condividere con le altre scuole.

E’ una buona maniera di affrontare la questione? Non lo so, ma non mi convince in generale la logica dei bandi, che permette di distribuire soldi alla Scuola – anzi, ad alcune scuole – che poi magari le usano come possono, sulla base della loro abilità a scrivere progetti. Bandi che si limitano a finanziare la creazione di un oggetto digitale (che so, un sito, una piattaforma di collaborazione o di e-learning), ma non il suo mantenimento e sviluppo futuro, col risultato che il suddetto sito muore dopo poco. Bandi che stimolano migliaia di proposte, ma ne finanziano solo una piccola percentuale, per cui il lavoro della maggioranza è sprecato. Bandi i cui risultati non sono soggetti a verifica se non contabile. Bandi in cui la coerenza dei prodotti viene cercata a posteriori, magari con un bando ulteriore.

E’ una maniera democratica? Non so nemmeno questo. Va avanti la scuola che ha al suo interno docenti capaci di progettare, nel senso specifico di “scrivere progetti finanziabili”. E si procede in maniera discontinua, per gettiti intermittenti. Per esempio, mi domando: ma una volta creati i curriculi, quali risorse verranno impiegate per aggiornarli? E chi lo farà? O si pensa che in campo come questo si possa creare IL curriculo definitivo?

Si poteva fare diversamente? Io penso di si. Faccio un piccolo esercizio di immaginazione.

1. Si poteva creare un piccolo gruppo di lavoro (di cui venissero pubblicati i nomi dei partecipanti) con almeno quattro compiti diversi:

  • raccogliere buone pratiche da paesi dove questi curricoli esistono e sono già stati sperimentati con successo
  • valutare i risultati dei Piani Ministeriali passati sul tema dell’IT, luci e ombre
  • esaminare le esperienze già realizzate nelle scuole o dalle associazioni
  • raccogliere idee tramite una ricerca non solo sul materiale cartaceo, ma anche su quello digitale, compresi i social network system.

Alla fine di questo lavoro preliminare, il gruppo di superesperti avrebbe potuto produrre un documento che indicasse obiettivi, limiti, metodi, errori da evitare, buone pratiche. Il documento avrebbe dovuto evidenziare, tra l’altro, gli incroci tra le aree tematiche. Non solo un elenco di argomenti, quindi.

2. Poi il MIUR avrebbe potuto convocare un piccolo numero di esperti, tre per ogni area tematica (per esempio uno di estrazione universitaria, un docente e un esperto di dominio), scelti mediante una procedura concorsuale pubblica, fornirgli il quadro generale e dargli modo di produrre una versione alfa del curriculo.

3. Le versioni alfa avrebbero potuto essere condivise preliminarmente tra tutti i gruppi, per verificarne la coerenza e l’omogeneità e la rispondenza al quadro generale.

4. La versione beta, risultante dal lavoro di omogeneizzazione, sarebbe potuta essere diffusa presso un numero più grande di docenti, dei quali si sarebbero raccolti i commenti. Si sarebbe potuta immaginare una piccola sperimentazione per tutti i curricoli, per permettere ulteriori aggiustamenti.

5. La versione RC (release candidate), risultato della sperimentazione, sarebbe stata pubblicata in una piattaforma aperta dove tutti gli utenti potessero suggerire miglioramenti. Non essendo necessaria una “versione finale” congelata, i curriculi avrebbero potuto essere aggiornati in maniera continua, o “forkati” come si fa nei repository di software opensource.

Costo totale: quasi sicuramente inferiore ai 4,3 milioni investiti nel bando. Immaginando trenta persone che lavorino per un anno a tempo pieno, fanno più o meno un milione di €, più il costo del gruppo iniziale dei superesperti (che voglio sperare non costerebbe altri tre milioni di €…). Con i soldi avanzati si regalava carta igienica a tutti…

Coinvolgimento degli utenti finali: sicuramente maggiore, direi. Nella modalità scelta dal MIUR, supponendo che ogni team di progetto sia composto da 20 tra docenti ed esperti, il numero totale delle persone coinvolte è di 500. Che è meno dei docenti intervistati per le Indicazioni del 2012.

Qualità dei prodotto finale: non so dirlo, ma il processo descritto sarebbe servito a controllarla a più riprese. E la prassi dell’opensource insegna che questo modo funziona abbastanza bene.

Monitoraggio, brutta parola

Sul sito Programma il Futuro sono scaricabili dei report sui dati sulle attività svolte nel primo (http://programmailfuturo.it/media/docs/Rapporto-monitoraggio-settembre-2014-gennaio-2015.pdf) e nel secondo anno di progetto (http://programmailfuturo.it/media/docs/evento-celebrativo/programma_futuro-MIUR-26mag2015.pdf). Numero di ore, numero di insegnanti per regione e per disciplina, numero di classi e studenti coinvolti, e poi gradimento, valutazioni, osservazioni, tutti corredati di grafici. Dati raccolti in parte grazie a Google Analytics (altrimenti perché si attiva ogni volta che apro una pagina in Code.org?) e in parte grazie a questionari.
Questa cosa mi solletica.
Dieci anni fa, quando lavoravo a Scienze della Comunicazione, ho fatto una ricerca sui forum del corso concorso per dirigenti scolastici di INDIRE (2006). Siccome la piattaforma usata non prevedeva nessun tipo di monitoraggio fine (e peraltro non esisteva più…), siamo partiti da una copia del DB Oracle e siamo riusciti a ricostruire i profili, le conversazioni, i temi, le modalità comunicative. Il risultato principale è stato forse però l’insieme di query SQL che avrebbero permesso di analizzare allo stesso modo i dati di altri forum che usavano la stessa struttura dati, ad esempio per vedere se c’erano invarianti legate alla dimensione geografica, all’età, alle esperienze pregresse. Non mi risulta che siano stati mai usati, ma pazienza.
Cinque anni dopo, il MIUR ci affidò una ricerca per valutare il risultato di tre piani di formazione nazionali. La cosa anche qui fu piuttosto difficile, perché non c’erano dati originali, ovvero il progetto delle attività non contemplava la raccolta di dati prima, durante e dopo. Sono stati analizzati fondamentalmente i risultati di questionari somministrati ai docenti. Il che come si può immaginare non è la stessa cosa di avere accesso alle informazioni primarie.
Nella recente formazione per gli Animatori Digitali del Lazio, che mi ha coinvolto solo come tecnico fornitore di piattaforme, ho proposto di impostare un piano di monitoraggio all’inizio delle attività. Non per valutare nessuno, ma perché quando domani qualcuno arriverà a chiedersi se e come ha funzionato avrà bisogno di qualche informazione in più rispetto ad un sondaggio finale.
 
Insomma la fatica per ottenere dei risultati di qualche qualità mi pare inversamente proporzionale alla lungimiranza di chi gestisce un progetto. Se poi i dati raccolti (naturalmente anonimizzati) venissero resi disponibili come opendata (oltre alle elaborazioni in PDF), si potrebbe lasciare a chi ne ha voglia e competenze il compito di far emergere qualche idea buona (qui ho esagerato, vabbè).
 
Se ogni attività di coding fosse preceduta da una raccolta di informazioni (chi è il docente, che competenze ha, che lavori sono stati fatti con quella classe in precedenza) e magari da un test di ingresso, se durante le ore di coding si potesse registrare lo scambio tra gli studenti e con il docente o il processo di acquisizione di nuove forme sintattiche, se le attività fossero seguite da un test finale, se se se… ci sarebbero alla fine dati su cui riflettere. Anche senza avere per forza la pretesa di dimostrare che il coding serve (o non serve) ad un obiettivo specifico.
Magari verrebbero fuori delle connessioni a cui non si era pensato. Per esempio, l’influenza della famiglia o dell”ambiente sociale, o della lingua materna; il peso delle competenze informatiche del docente (o delle dimensioni dello schermo, o del tempo atmosferico, o del segno zodiacale del docente, o che so io). O magari non viene fuori niente. Ma senza quei dati non si saprà mai. Non mi sto inventando i Learning Analytics: se ne occupa tanta gente, la Microsoft nell’accordo con il Ministero dell’Educazione Nazionale Francese ha specificato che il suo intervento sul coding prevede anche questo tipo di attività di monitoraggio e analisi dei dati (http://cache.media.education.gouv.fr/file/Partenaires/17/7/convention_signee_506177.pdf, pag 4). Se lo fa Microsoft, a qualcosa servirà, no?
 
Quello che voglio dire non è tanto che ci deve essere un quiz alla fine che ci permetterà di dire se Mario ha imparato il pensiero computazionale (o uno strumento di analisi degli elaborati come DrScratch, http://drscratch.org/, – grazie Massimo per la segnalazione – che pure potrebbe essere utile); ma che una Piano Nazionale dovrebbe dotarsi dall’inizio di un protocollo e di strumenti per valutare la qualità di quello che fa, e non solo la quantità e le opinioni. Se Google ha costruito la sua fortuna sull’analisi dei testi e dei comportamenti della popolazione mondiale, ci sarà pure una ragione. Che, nel nostro caso, non è poter vendere pubblicità e servizi mirati, ma valutare globalmente un piano nazionale (non il coding), e per una volta non a posteriori.
E’ un suggerimento per il terzo anno…

Formazione e PNSD: il nuovo sito

Finalmente oggi (17 maggio) è online il sito di accompagnamento alla formazione del PNSD.

Schermata da 2016-05-18 11:15:13

http://www.formazionepnsd.it/

Premessa dovuta: non ce l’ho a priori né col MIUR, né con il ministro (la ministra?) né con chi orchestra il piano o chi lo realizza concretamente.

Sono solo un cittadino che ha due figli in età scolastica, che ha una certa esperienza in siti, piattaforme e didattica con le tecnologie digitali. Per cui avendo in mente questi destinatari finali e con questo ingombrante bagaglio, pieno di buona volontà, vado a vedere come è fatto e cosa contiene il sito che fino a ieri era fantasma. Giuro, senza preconcetti. Il sito è fatto con WordPress. Perché no?

E’ colpa mia se provo a leggere i documenti sull’accessibilità (che è un obbligo sancito da una legge dello stato) e non li trovo? Nel senso che il link (in basso a destra) c’è, ma non porta da nessun parte, al momento. Arriverà.

Vado alla sezione “contenuti digitali”, guardo il video di Gino Roncaglia e poi cerco le risorse relative all’Azione 22 “Standard minimi e interoperabilità degli ambienti on line per la didattica“. Non c’è ancora nulla. Peccato, era un tema interessante, che doveva secondo me trovare il giusto spazio anche nel recentissimo bando sulle biblioteche scolastiche. Dove si lascia che 500 scuole progettino un ambiente fisico e digitale per permettere l’accesso da parte degli studenti a contenuti digitali, ma senza indicare appunto standard minimi per l’interoperabilità di questi 500 ambienti. Standard non di digitalizzazione di libri, ma appunto di interoperabilità, che permetterebbero di far parlare questi 500 ambienti, fare ricerca trasversali, e chissà che altro. E’ vero, ci sono anche 44.000 € per un progetto che appunto dovrebbe costruire un sistema informatico che metta in rete tutti gli altri, ma… a posteriori? Senza indicare un minimo di regole generali per facilitare appunto l’interoperabilità?

Pazienza, arriveranno risorse anche in questa sezione. Ci sono però già risorse nelle altre aree, per esempio l’Azione 23 Biblioteche Scolastiche come ambienti di alfabetizzazione all’uso delle risorse informative digitali. Ci sono quattro articoli con fonte INDIRE. Ma come si punta a queste risorse? Come sono categorizzate? Che metadati? Che licenze? Niente.

Per esempio, la URL di una risorsa è http://www.fupress.net/index.php/formare/article/download/15439/15119. Dalla URL non capisco nemmeno che è un file PDF. Un altro link invece punta a  http://www.scuolavalore.indire.it/nuove_risorse/il-podcast-a-scuola-3/. Se vado sul sito Scuolavalore di  INDIRE (anche lui fatto con WordPress, per dire) trovo finalmente qualche metadato (argomento, grado, tipologia, condizioni d’uso, livello didatec) e delle tag (podcast, flipped learning, mobile learning). Posso fare una ricerca per argomento, grado, etc.

Schermata da 2016-05-18 11:09:45

Invece le risorse censite sul sito formazionepnsd.it non hanno una URL “parlante” e univoca (che so, http://www.formazionepnsd.it/competenze-e-contenuti/contenuti-digitali/3) che si possa inserire in un percorso di formazione, linkare, condividere. E non c’è nemmeno una ricerca, al momento.

Ma non sarebbe stato più utile, che so, un censimento dei repository di risorse didattiche di qualità? O meglio un meta-motore di ricerca che permettesse ai docenti di cercare risorse contemporaneamente su http://www.scuolavalore.indire.it, su https://www.oercommons.org/advanced-search, http://freeloms2.pa.itd.cnr.it/xmlui/advanced-search ?

Schermata da 2016-05-18 11:12:48

 

O magari – esagero – un pezzettino di HTML da copiare e  inserire in qualsiasi sito scolastico e permette di fare la stessa ricerca direttamente da lì? O al contrario, un modulo dove segnalare al MIUR il proprio repository scolastico di risorse educative in modo che sia possibile includerlo tra quelli ricercabili?

Ergo: non è un portale di risorse per la formazione, è una vetrina in cui vengono selezionati e mostrati link ad altre cose. Non è un archivio di risorse, né una porta verso altri archivi; è solo un sito gestito con WordPress. Non è pensato per essere usato da altri siti e portali o piattaforme, cioè per essere interoperabile. Bisogna entrare e navigare, e poi andare altrove.

Niente, non avevo capito.

 

Il nuovo sito PNSD e’ online … o quasi

E’ online il nuovo sito del Piano Nazionale Scuola Digitale.

Tra le news di venerdì 6 maggio 2016 trovo:

_________

06-05-2016
Piano nazionale scuola digitale
On line il nuovo sito con una veste grafica moderna e una navigazione semplice e intuitiva.

_________

Ho provato a rendermi conto di persona delle novità e dei vantaggi. Moderno significa che adotta lo stile monocolonna, o quasi, abbandonando il modello “giornale”, con riquadri e finestre (per intenderci, quello di  http://www.istruzione.it/). Sicuramente ci saranno molti meno contenuti nella pagina, anzi con uno schermo piccolo se ne vedono veramente pochi. Ma è responsive e questo è l’importante.

Premessa: se fosse un sito di una qualsiasi amministrazione pubblica, probabimente non ci sarebbe troppo da aspettarsi. Ma qui si tratta della vetrina del Ministero nel momento in cui spinge le scuole ad avanzare sulla strada del digitale. Non  è solo un raccoglitore di contenuti e news, è anche un modello di cosa si intenda, oggi, per comunicazione digitale istituzionale. E in particolare, è un modo per dire alle scuole: ecco, i siti per i docenti si fanno così. Vale la pena esaminarlo da vicino.

Purtroppo il sito è ancora chiaramente incompleto (ma allora perché pubblicarlo? Non si poteva aspettare qualche giorno?).

Ad esempio tutti i link a “Materiali per laFormazione” (cioè l’attesissimo repository di contenuti formativi da usare per la formazione degli animatori digitali, immagino), cioè http://www.formazionepnsd.it/ portano ad una pagina bianca con la scritta desolante:
Sito di prossima pubblicazione

______

Aggiornamento del 17 Maggio: ora il sotto-sito sulla Formazione è online. Se volete dare un’occhiata ai primi commenti
______
Idem per il link evidentissimo, in rosso “Scarica la app”: porta a http://www.istruzione.it/scuola_digitale/app.shtml, ma qui trovo scritto solo: In arrivo. Però c’è la brochure, una pagina in PDF con le schermate della app. Nella prima però c’è Lorem ipsum dolor sit amet…

La sezione sugli animatori digitali è molto attesa e immagino la più  gettonata in questo momento.
http://www.istruzione.it/scuola_digitale/prog-animatori-digitali.shtml
Anche qui il menù laterale contiene ancora 4 elementi su 9 disattivi (Finanziamenti, Video, Mappa e Gallery). Ripeto, ma che fretta c’era?

La pagina sull’accessibilità non è stata aggiornata, probabilmente si riferisce ad una versione precedente del sito, in Liferay. E in effetti non sono certo che questa versione sia accessibile. Non ho fatto un’analisi precisa, non spetta a me. Chi è interessato può provare con un servizio di validazione come http://achecker.ca/checker/index.php. Però:
I link hanno tutti un “title”, ma che contiene sempre “vai alla pagina”.
Quando il testo del link è “Approfondisci” e il suo contesto si ricava solo dall’immagine precedente (es. Avvisi e Azioni), non si capisce davvero come si possa fare con un browser testuale o con uno screen reader per capire dove porta il link.

Alcune immagini (come questa) hanno una dimensione ragguardevole, ovvero circa 500 kb, 1400×1600; ma nella pagina sono ridimensionate a 150×150. Si potevano ridimensionare prima e ridurre la banda consumata inutilmente?
Peraltro non hanno un’alt, il che rende impossibile capire di cosa parla il link che le segue. Va bene, si può migliorare.

Passo alla sezione Schoolkit, forse la più interessante (in attesa della Formazione).

http://schoolkit.istruzione.it/

CHE COSA SONO: Modelli di istruzioni per accompagnare le scuole nell’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale.
A COSA SERVONO: Rispondono a una domanda chiara e aiutano a risolvere un problema o sviluppare una pratica innovativa

In pratica, i kit sono delle schedine, categorizzate per Titolo, Produttore e Sezione (tre: Formazione, Competenze, Strumenti).
I produttori sono MIUR, Partner istituzionali o privati, Comunità Scolastica. Di questi però non esiste una pagina che spieghi chi sono, o almeno io non l’ho trovata.

Nelle schede ci sono altre informazioni (ma nel testo, non come campi o tag separati), ovvero l’azione del Piano cui si riferisce, chi li ha prodotti, quali destinatari, la tipologia di scuola, la descrizione. E la sintesi in un tweet, con tanto di hashtag (es. #cooperativelearning).
Il sito delle schede è realizzato in WordPress (ma perché non c’è scritto?). Dichiarazione di accessibilità? Qui non è dato sapere, fate la prova.

La ricerca è full text su tutto il sito, e forse non potrebbe essere diversamente. In pratica significa che se cerco “wordpress” rischio di trovare una scheda che non parla affatto dell’uso di wordpress per la didattica, ma che contiene un link ad un blog su WordPress.com.
I termini vengono cercati in AND – forse sarebbe stato utile spiegarlo. Vuol dire che se cerco “wordress drupal” non trovo le schede che parlano di WordPress o di Drupal, ma solo quelle che parlano di entrambi.
Peraltro per effettuare una ricerca bisogna tornare nella home page della sezione. Ma dov’è il link?

E’ vero che le schede per ora sono solo 12, ma sarebbe stato utile un sistema di ricerca un po’ più moderno, per selezioni successive, a “faccette” (p.es Strumenti/Infanzia/Laboratori). Magari includendo gli hashtag, altrimenti che ci stanno a fare?

Le schede si possono scaricare in PDF, il che è mediamente utile, a meno che non si vogliano stampare. Stampare?

Mi domando anche come funzioni il processo di pubblicazione: c’è qualcuno che valida le schede ricevute? Sembrerebbe di si, a giudicare dalle istruzioni per inviare una proposta, http://schoolkit.istruzione.it/invia-uno-schoolkit/ e dal modello di scheda http://schoolkit.istruzione.it/wp-content/uploads/2016/03/Form_COMESCRIVEREUNOSCHOOLKIT.odt.

Prendo una scheda a caso, la prima: http://schoolkit.istruzione.it/schoolkit/creare-un-archivio-condiviso-materiali-didattici/

Il tema è molto interessante, almeno per me. Ci sono tante questioni aperte: cosa inserire, come (meglio linkare o copiare?), come gestire gli aggiornamenti, come gestire la pubblicazione. C’è la questione apertissima del rapporto tra diversi archivi (locale, territoriale, nazionale, europeo…) e degli standard da adottare, delle lingue da usare nelle descrizioni. Insomma, un mondo.

Leggo nella scheda:

“Un repository si basa appunto su un modello di co-produzione quando promuove una produzione collaborativa delle  risorse, offrendo uno spazio in cui condividere e scambiare materiali, dove gli utenti sono sia autori che  consumatori dei materiali.”

Bene. Non è solo un archivio, c’è intorno una comunità, si discute, si commenta.

“Sicuramente sarebbe opportuno creare una netta separazione tra ciò che è fruibile dai docenti e ciò che può essere anche utilizzato dagli studenti (come schemi, mappe precostituite, link catalogati per destinazione d’uso)”

Certo. Anche se una fluidità maggiore non guasterebbe…

“La catalogazione deve essere chiara, con il materiale ben distinto in categorie diverse e raggiungibile attraverso la funzione cerca.”

Beh, ci mancherebbe altro.

“Il repository deve avere un suo regolamento condiviso da tutti e accettato da chi entra nella sezione per fruire del materiale, bisogna individuare quindi, anche una policy di riutilizzo delle risorse individuate (eventuale licenze d’uso, utilizzo di immagini non coperte da copyright), il diritto d’autore su materiale prodotto (scelta di rendere libero il proprio materiale prodotto con il solo vincolo di citare la fonte, cioè l’autore originale dell’attività didattica, del progetto)”

Un po’ poco per una policy… Sembra più un riassunto, ma si può davvero fare una policy con queste indicazioni? Non è chiarissima tutta la questione del licensing (“eventuali licenze, immagini non coperte da copyrigh, diritto d’autore, materiali liberi…”: per tutto questo esistono delle linee guida, delle licenze. Magari sarebbe utile segnalarle).

Tra parentesi, la stessa sezione degli schoolkit avrebbe potuto essere un modello di archivio, ma mancano molte caratteristiche indicate nella scheda. Si, la licenza delle schede è CC  BY SA 3.0 (dal 2013 però le licenze Creative Commons sono alla versione 4.0…). Bene: significa che ogni scheda si può riusare, anche a scopo commerciale, purché resti invariata la licenza e si citi l’autore. Solo che BY è difficile da applicare se non c’ è un’indicazione precisa dell’autore.

Ah, nel footer di tutto il resto del  sito “scuola digitale” è invece scritto Tutti i diritti riservati © 2016. E alla pagina http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/hub/note_legali si dice “Per fini di lucro è consentito utilizzare, copiare e distribuire i documenti e le relative immagini disponibili su questo sito solo dietro permesso scritto (o egualmente valido a fini legali) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, fatte salve eventuali spettanze di diritto.” Insomma, CC o no? Boh, bisognerà chiedere ad un legale.

 

Continuo a leggere, ma purtroppo non trovo nessun link a schemi di catalogazione standard o a buone pratiche, ad esempi esistenti di repository scolastici o a progetti europei, come RSP (http://www.rsp.ac.uk/start/). Vado allora al punto degli strumenti.
“Il repository puà essere condiviso:

  •  sito della scuola (creando un apposito spazio riservato ai docenti)
  •  un servizio cloud (dropbox, google drive)
  • una piattaforma di e-learning (moodle, fidenia, edmodo per interagire con i docenti della scuola)
  •  un eventuale sito/repository con accesso per i docenti (creazione di un sito esterno collegato al sito della scuola attraverso un banner in home).”

Ovvero non è indicato nessuno strumento specifico per i repository di risorse, che so,  Fedora http://fedorarepository.org) o Dspace (http://dspace.org/).  O almeno una piattaforma come ILIAS che è centrata proprio sul repository di contenuti e permette di catalogare in maniera fine i materiali. Come si fa con Dropbox a categorizzare i materiali? E a gestire le licenze, l’accesso separato docenti/studenti? E come ci si collega ad altri archivi, di altre scuole per una ricerca federata, o per evitare inutili doppioni? O un archivio è solo una cartella piena di file?

Tra i link utili c’e una guida a Wix (su Youtube), degli esempi di siti fatti con Wix (quello della scuola che propone la scheda). Ma perché un servizio commerciale come Wix? Per chi non lo sapesse, Wix è un’azienda con sede a Tel Aviv e uffici in USA e Lituania che offre un servizio di pubblicazione di siti facile e gratuito. E che c’entra con un archivio di materiali didattici? Mi sfugge qualcosa sicuramente.

Le risorse necessarie sono tutte interne. Costi: zero. Meno male.

Ora, tanto rispetto per chi ha proposto la scheda, ma di lavoro da fare per renderla utile ad una scuola che voglia costruire un archivio  condiviso di materiali didattici, ce n’è. Prima di pubblicarla in fretta e furia, si poteva migliorarla un po’.  O forse il problema sono le dimensioni: più di quello che c’è scritto non ci poteva stare nel modello.

E allora la questione è più seria: ma ha senso una scheda che spieghi in due parole come si fa un archivio di materiali didattici? E’ un argomento del tipo trattabile con un  “how to”? Guarda è facile, clicca qui e poi qui… Non serve nessun riferimento alle motivazioni, agli obiettivi, ai modelli d’uso? Davvero una scheda così “aiuta a risolvere un problema o sviluppare una pratica innovativa”?

 

Insomma, credo che il nuovo sito PNSD abbia ancora parecchio cammino da fare.