
Alla fine di gennaio del 2026 è stata inaugurata la mostra del codice sorgente organizzata da Software Heritage con il supporto di INRIA e UNESCO.
L’inaugurazione ha avuto luogo nella sede di Parigi dell’UNESCO, contestualmente all’evento che ha celebrato i 10 anni del progetto Software Heritage: la preservazione e l’indicizzazione del patrimonio mondiale di codice sorgente aperto.
La mostra consiste in una piccola selezione di 15 frammenti, divisi in tre categorie, che rappresentano il mondo del codice sorgente da diversi punti di vista: quello storico, quello sociale e quello culturale.

I frammenti esposti sono il risultato di una selezione effettuata dal comitato scientifico – di cui anch’io faccio parte insieme a David Brock, Pierre Depaz, Valérie Schafer, Boštjan Špetič e Artemis Yagou – sulle oltre cinquanta proposte pervenute a seguito della call. Il lavoro del team organizzativo, coordinato da Mathilde Fichen, non è stato semplice ed è durato circa un anno. Informazioni e crediti completi si possono leggere qui.

Le proposte esposte, tra le tante pervenute, sono molto diverse tra loro: non solo frammenti di codice, ma anche descrizioni di linguaggi, progetti, materiali di supporto.
Si va da un estratto di quello che è probabilmente il primo manuale di un editor di programmi per il computer EDSAC a una tee-shirt con il codice sorgente in Perl dell’algoritmo di cifratura RSA.

C’è un esempio brillante di “virus” scritto usando il linguaggio di scripting di UNIX e c’è un prompt per dialogare con un LLM sulla laguna di Venezia.
C’è un esempio di linguaggio esoterico (Rivulet) e il racconto della nascita di un comando fondamentale per la vita quotidiana di ogni programmatore, “git stash”.
Non potevano mancare un codice offuscato in C e il codice sorgente di Eliza, il primo chatbot della storia, eccetera eccetera.
I pannelli, progettati e realizzati graficamente da Vincent Devillard possono essere visualizzati anche sul sito web della mostra,

Dal mio personalissimo punto di vista, si tratta di un grande successo. Ho iniziato a pensare al codice sorgente come un testo, da studiare allo stesso modo di qualsiasi altro prodotto di scrittura umana, a partire dalla lettura di un libro del 1992 di Pierre Lévy “De la programmation considérée comme un des beaux arts“. Sono seguiti una serie di incontri: all’Hackmeeting 0x0D di Roma, all’Accademia di belle Arti di Carrara, all’Università di Pisa, a quella di Perugia. Ho iniziato a immaginare e progettare un museo del codice sorgente a partire dal 2010, durante un corso che tenevo al Dipartimento di Scienze della Comunicazione della Sapienza.
Insieme agli amici di Codexpo.org abbiamo iniziato con mostre parziali (come quella dedicata a Ada Lovelace a Palazzo Rospigliosi e all’ITTS Volterra di San Donà di Piave) ed eventi (come la co-organizzazione di Codefest 2021 insieme all’Università di Torino ).
Alcuni risultati di questa ricerca durata oltre quindici anni sono visibili nel sito MuseumOfCode , realizzato insieme a docenti e studenti di UniTo come bozza di museo online, e in CodeShow, realizzato da Codexpo.org e destinato ad un pubblico più ampio, che raccoglie 138 pannelli sull’universo del codice sorgente, dai protagonisti ai concetti, dai linguaggi agli aspetti artistici, dallo stile alle interfacce, inclusi naturalmente alcuni codici sorgenti significativi.

Tornando alla mostra, ha senz’altro una grandissima rilevanza internazionale, non solo per la qualità dei contributi, ma anche per il contesto: l’inaugurazione presso la sede UNESCO significa ricollegarsi alla Paris Call del 2018, in cui il software è riconosciuto come patrimonio dell’umanità.
Due aspetti importanti legati ai diritti: ovviamente ha senso esporre un codice se è aperto. Solo così si può studiare e riutilizzare, ma anche usare per capire un intero universo di pratiche.
Il secondo aspetto: il contenuto e la forma dei pannelli sono rilasciato sotto licenza Creative Commons BY 4.0, il che significa che possono essere non solo pubblicati altrove, ma che possono essere tradotti, lasciando intatte le note di attribuzione.
Perciò, ce n’est pas qu’un debut: il progetto prevede la distribuzione dei pannelli in tutto il mondo, con la possibilità di adattare al proprio contesto linguistico, storico e culturale i contenuti dei pannelli.
Così mi auguro di riuscire a portarla in Italia, in una della tante sedi dove si apre la cultura digitale ad un pubblico di non specialisti. Si può trattare di una semplice “esposizione” ma anche di un integrazione in un contesto diverso. Chi fosse interessato è pregato di contattarmi.