Percy Williams Bridgman, premio nobel per la fisica nel ’46, diceva che una cosa è reale se ci sono almeno due vie indipendenti che portano a quella cosa. Per esempio, posso toccare una cosa ma anche annusarla. Ti dico dove sta, e tu mi confermi che è lì. Invece un sogno no, è un’esperienza privata, solo nella mia testa. Dire “è vero questo sogno?” non ha senso, se la verità non è una proprietà delle cose, ma un modo per arrivarci.
E’ il motivo per cui la scienza o è democratica o non è scienza. Se non ci fossero più modi per confermare la relatività ristretta, non sarebbe una teoria scientifica.
Lo stesso motivo per cui non puoi fidarti di una risposta data da un servizio online se non la confronti con un’altra.
Discende da qui la necessità della competenza “saper confrontare”.
Ma come si fa? Che significa “avere senso critico”?
“Critica” è una serie di operazioni che servono a essere sicuri del valore di un’informazione.
Come si confronta e si sceglie è qualcosa che cambia nel tempo e che dipende strettamente dalla forma che ha assunto la tecnologia dell’informazione. Questa era la teoria di Bridgman: i concetti non si spiegano a partire da proprietà, ma a partire dalla operazioni che si eseguono per applicarli. Un mattone non ha la proprietà di “essere lungo”, ma “lunghezza” è un concetto che applichiamo con il metro, o con qualche altro strumento. In situazioni diverse, con strumenti e operazioni diverse, il concetto ha un significato diverso. Vale anche per “verità”.
Cominciamo dal principio.
Quando eravamo bambini, avevamo fiducia negli adulti.
A partire da genitori, maestri, preti, medici, allenatori, capi scout, per poi passare agli adulti in generale.
A scuola ci hanno insegnato che le parole degli adulti affidabili sono fissate sui libri e sui giornali (che leggevano loro, gli adulti). Il vocabolario, l’enciclopedia, per il momento niente saggi e manuali.
Ma già da bambini, o da ragazzini, imparavamo ad usare altre fonti non scritte, come la radio e la tv. Qui oltre alla parole c’erano le immagini in movimento, e imparavamo a distinguere tra cartoni animati e documentari, tra interviste e film. Abbiamo imparato a distinguere tra pubblicità e notiziario. C’era la RAI e poi sono arrivate le altre reti, che erano un po’ meno “serie”.
E poi, da adulti, abbiamo scoperto che esisteva il world wide web, e anche lì c’erano scritte, audio, video. La quantità di informazioni cresceva talmente tanto che diventava difficile dire “lo ha detto il web”, come si diceva “lo ha detto la tv”.
Insomma c’è stato un momento nella vita di tutti noi in cui abbiamo dovuto scegliere quali adulti, quali libri, quali trasmissioni, quali siti web. Ci siamo formati una coscienza politica, o semplicemente abbiamo cominciato ad applicare delle tecniche per selezionare le fonti attendibili.
C’è chi pensava: se è scritto sul giornale del partito, è vero. Se lo dice Piero Angela. Il Papa.
Ma questa regola (“se la fonte è autorevole, allora è vero”) non funziona sempre.
Intanto le fonti sono persone, e le persone cambiano idea. Era vero quello che scriveva il professor Wittgenstein dopo la sua esperienza di soldato nella prima guerra mondiale, prima di abbandonare la filosofia e andare a fare il maestro elementare in montagna, oppure quello che insegnava a Cambridge tra il 1927 e il 1949? Le due cose non sono compatibili.
Non possiamo essere davvero sicuri della fonte. Tizio cita Caio che ha detto X, senza che si possa verificare se Caio ha davvero detto X (dove? quando? in che contesto? Scherzava?).
La scrittura, dopotutto, nasce proprio per poter replicare il pensiero. Un autore medievale dice che un autore arabo dice che un autore ellenistico dice che Aristotele dice che Platone dice che Socrate dice X.
La tecnica digitale avrebbe potuto (come sperava San Teodoro Nelson con le su Literary Machines) facilitare la copia onesta, la citazione corretta, il link, mantenendo l’originale intatto. Invece la storia è andata dietro all’HTML di Sir Berners Lee, che era molto più pratico.
Ma ci possono essere strategie che non si basano sull’autorevolezza della fonte.
Per esempio:
- La coerenza: se scopriamo che a proposito di un certo tema un testo dice una cosa e poco dopo dice il contrario, ci aspettiamo che non sia credibile nemmeno quando parla degli altri temi.
- La correttezza: se troviamo degli errori di sintassi (concordanze di tempi e modi, applicazione di aggettivi ai sostantivi, ..) o di lessico, probabilmente anche il contenuto risente di questa imprecisione.
- La chiarezza: se le informazioni sono avvolte di parole lunghe, in frasi infinite, piene di subordinate, supponiamo che lo scopo del testo non sia quello di spiegare, ma quello di nascondere, o per lo meno di riservare a pochi il diritto di capire.
A scuola, in teoria, avremmo potuto apprendere esplicitamente ad applicare queste strategie nella vita; invece le abbiamo viste applicare dagli insegnanti sui nostri compiti, ma senza che ci dicessero: “Attenzione, ti correggo quest’acca non perché sia grave in sé, ma perché se scrivi così nessuno ti darà retta”. Curioso: ci hanno corretto senza spiegarci a cosa serve scrivere correttamente. Invece ci hanno insegnato altre strategie discutibili: se è rimasto fermo per tanti anni, deve essere vero.
Oggi, io uso delle strategie che non so se raccomanderei a tutti.
Se è troppo bello, se mi fa dei complimenti, non è vero.
Se è troppo facile, se in due passaggi mi sta convincendo che il sole è caldo, quindi Conte ha ragione, non è vero.
Se fa riferimento a un set di valori indubitabili, che ci appartengono, che ci scorrono nel sangue, non è vero.
Se mi minaccia nel caso non fossi d’accordo, non è vero.
Se mi prende in giro, perché solo gli stupidi non sono d’accordo, non è vero.
La principale, però, per me resta questa: se trovo due risposte diverse, indipendenti, che dicono la stessa cosa, allora probabilmente è vero.
Alla fine, l’intera cultura scientifica si basa su questo: tu mi descrivi la tua teoria e io ti chiedo di descrivere il tuo esperimento in modo che se volessi, potrei rifarlo. Se io, indipendentemente da te, trovo lo stesso risultato, allora forse la teoria è vera. Sì, lo so, Popper invece girava le cose, ma la sostanza non cambia.
Certo non posso essere sicuro che due risposte siano indipendenti se i servizi che le producono (vengono da società che) sono di proprietà della stessa multinazionale.
E quindi sono contrario a tutte le forme di dittatura e monopolio e a favore di un mondo di fonti indipendenti.