Chissà perché chiunque non abbia studiato filosofia – se non in qualche noiosa ora scolastica – considera la filosofia una perdita di tempo, un’attività verbosa e inutile, al limite dannosa. Come quella professoressa di informatica della Sapienza che mi diceva che al suo dipartimento non servivano “filosofi da palazzo”. C’è pure il verbo “filosofeggiare”. Poi ci sono gli ingegneri come De Crescenzo che giocano a fare i filosofi mettendo in scena i presocratici che giocano agli indovinelli (“Penso a una cosa che comincia per A…”), Platone che cerca il cavallo perfetto per il suo cocchio, Aristotele che fa i chilometri sotto il portico dicendo che se A è A, allora è A, Cartesio cogitabondo, Pascal dubitativo, Hume che è vero ma non ci credo, fino a Heidegger che si perde nel bosco. Che burloni.
Però succede che in certi momenti ricicciano fuori i filosofi della morale e dell’intelligenza artificiale, che riescono sorprendentemente a ricavarsi uno spazio mediatico malgrado questa immagine macchiettistica. I quali filosofi a loro volta considerano che chiunque non abbia seriamente studiato filosofia – cioè tutti gli altri – non possa capire la pedagogia, la politica, l’informatica, l’IA, insomma la vita, e quindi dovrebbe stare zitto.
Mi pare una situazione un po’ paradossale. Ora vi spiego io.
Allora, un filosofo tedesco a fine settecento scrive un bel romanzo, che chiama “Fenomenologia dello spirito”. In quel romanzo sostiene che la filosofia non è altro che la storia della filosofia, quindi basta. Ovviamente all’epoca nessuno era d’accordo con lui. Oggi invece, almeno in Italia, a scuola e all’università si insegna solo storia della filosofia e si fa ricerca (quasi) solo sulle opere dei filosofi andati, nel senso di morti. Se uno è morto, vale la pena di studiarlo. Di qui l’idea che la filosofia è una roba inutile in cui i filosofi studiano se stessi e si ripetono le stesse domande all’infinito.
Però a me pare che ci siano ancora degli angoletti in cui fare filosofia è utile.
Per esempio, quando Trump dice che se ne frega del diritto internazionale e che a lui è sufficiente la sua morale personale, sta chiamando in causa una questione che è roba della filosofia: può esserci una morale solo personale e privata? o morale, invece, è soltanto qualcosa di collettivo e pubblico? E chi stabilisce cosa ci va dentro: chi sta al potere in quel momento, chi lo è stato in passato, oppure gli autori del libri sacri, o le persone maggiorenni con un sondaggio sul web?
Quando ci si preoccupa del pasticcio che può succedere se certi software sostituiscono le persone in compiti che richiedono decisioni con informazioni insufficienti, si sta tirando in ballo sia la stessa questione di prima (è giusto? secondo la morale di chi?), ma anche quella relativa a cosa significa essere intelligenti, capire, decidere, avere obiettivi personali o di clan o di specie; e se la conoscenza deve per forza essere incarnata in un corpo vivente, se può essere tradotta, se è indipendente dalla cultura o dalla lingua, eccetera.
Per riassumere, la storia della filosofia dice che ci sono almeno tre domande che di tanto in tanto ci si pone, soprattutto nei momenti di crisi: cosa è buono, cosa è bello, cosa è vero. Perché da quello dipende il resto: io lavoro per potermi pagare le cose che mi piacciono, ma voglio essere pagato il giusto, e voglio capire se mi stanno imbrogliando.
Che sia chiaro: la filosofia NON si occupa di rispondere a queste domande (se lo hanno fatto i filosofi, lo hanno fatto a titolo personale; anche i filosofi vaneggiano o raccontano barzellette), ma di definire a quali condizioni si potrebbe dare una risposta, che forma avrebbe, chi potrebbe darla, chi potrebbe verificarla. Questa occupazione è necessaria sempre, perché le condizioni e i contesti cambiano.
Invece chi si occupa di fornire le risposte sono altre discipline: ad esempio, cosa è buono lo dicono le diverse etiche (bioetica, etica professionale, morale religiosa, politica…). Messe tutte insieme, a volte vengono chiamate “Etica”, per fare prima; ma non esiste un’etica unica, come non ci sono principi etici universali accettati da tutti. Come si vede tutti i giorni ai confini tra culture e popoli.
Alla domanda “cosa è vero?” le risposte le danno le scienze, ognuna dal suo punto di vista. Anche in questo caso, non c’è una Scienza, ma tante pratiche diverse per strumenti, confini, metodi, che spesso si sovrappongono e si scambiano concetti.
La filosofia si occupa invece di dire come si fa a conoscere, come si distinguono le conoscenze vere dalle altre, come si accumulano, come si buttano via. Perché questi argomenti non possono essere trattati dentro le singole scienze: non hanno proprio il vocabolario concettuale e le regole per trattarli. Non si può chiedere alla biologia cosa significa “vivente”.
Questa teoria non me la sono inventata io, ma è quella che sosteneva un altro tedesco, che aveva proprio scritto un libro per ognuna delle tre aree, per definire a quali condizioni si potesse fare etica, scienza ed estetica.
Roba vecchia, eh. Ma tutto sommato trovo che non avesse torto.