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Del limite delle competenze

1. Quando penso alla competenza mi immagino una specie di deutero-abilità (l’espressione è modellata su quella di Gregory Bateson relativa all’apprendimento: imparare ad imparare), cioè l’abilità (2) di applicare un’abilità (1) in una situazione determinata. L’immagine che mi viene in mente è quella di mio zio Michele che pota le viti. L’abilità consistente nell’usare le forbici per tagliare un tralcio ce l’avevo anch’io, la conoscenza teorica che distingue i tralci che porteranno l’uva dagli altri, pure; quella che mi mancava era la competenza che permetteva a lui, con sicurezza e rapidità, di categorizzare il singolo ramo, tagliarlo in un certo punto, con una certa angolazione. Tac, tac, tac.

Un altro caso: nelle sessioni di Aikido uke (l’aikidoka che si difende) conosce le forme, è in grado di eseguire una tecnica specifica, ma deve avere la competenza per scegliere la tecnica giusta in funzione del tipo di attacco, della velocità di tori (l’attaccante), il suo peso, la posizione eccetera. Nei casi più spettacolari, come il randori, ci sono tanti tori che attaccano un solo uke, il quale non ha materialmente il tempo per pensare. Per avere un’idea, potete guardare questo video.

Un caso più comune: parlando (o scrivendo) abbiamo qualcosa da dire e scegliamo le parole adatte per dirle. Abbiamo il lessico e la grammatica, ma dobbiamo in tempo reale decidere come combinarle, sulla base di quello che dice l’altro, del tempo a disposizione, del contesto.

Insomma è una questione di categorizzazione della situazione e di selezione dell’algoritmo adatto, ma è molto legata ad un tema che sembra lontanissimo: quello dell’improvvisazione.


2. La prima vera difficoltà, perciò, non è conoscere tutte le categorie, ma riconoscere e categorizzare una situazione nuova, che in qualche modo deve assomigliare a quelle già incontrate pur essendo diversa. Questo riconoscimento si fa per singoli tratti caratteristici? Oppure si fa in maniera intuitiva, complessiva, senza bisogno di entrare nei dettagli, con una Gestalt immediata? Oppure prima in un modo e poi, un po’ alla volta, nell’altro? Non lo so.

La seconda difficoltà non è applicare la tecnica, ma scegliere tra tutte le tecniche quella più adeguata alla situazione. Significa che le tecniche stanno lì, appese al muro come dal meccanico, indicizzare per tipo e dimensioni in attesa di essere applicate? Che, come per le chiavi inglesi, le tecniche hanno una forma concava che è complementare della forma convessa delle situazioni cui vanno applicate (i dadi)? Non lo so.

C’è comunque un tema forte di temporalità limitata: la competenza si esercita in intervalli piccolissimi, non permette ragionamenti complessi ed esami completi di tutte le opzioni. Per questo penso all’improvvisazione, musicale, teatrale, poetica o quotidiana.

C’è un tema di possibilità di errore: la competenza è necessaria quando il rischio è alto, altrimenti basterebbe scegliere il primo algoritmo che si presenta alla mente, o uno a caso, o l’ultimo usato.

C’è infine un tema di consapevolezza: per dimostrare di avere davvero competenza bisognerebbe anche essere consapevoli delle scelte fatte e saperle giustificare. E’ il pozzo buio dell’AI e del machine learning: software che sono competenti ma non sanno dirci perché.


3. Proprio il caso del machine learning ci fa capire che la competenza non si può insegnare, ma solo apprendere. Si può dire che esiste, descriverla, ma non trasmetterla. Si può mostrare in atto, esercitandola in un caso concreto (il docente di matematica che risolve un vero problema, il software che guida la macchina o traduce dal cinese), ma solo per convincere, per dimostrare che è possibile.

Purtroppo in generale nei contesti di insegnamento tradizionale (più teorico che corporeo, come nei tre esempi che ho fatto sopra) questo argomento non viene affrontato in maniera diretta. E’ raro che un docente si esponga, mostri i suoi processi interni mentre cerca la soluzione, accetti di far vedere gli errori e ripensamenti. Non solo: i docenti sono consapevoli di questa enorme difficoltà che attende gli studenti una volta superato il problema di imparare a memorie le categorie e esercitarsi nelle abilità, ma non sanno bene come aiutarli. In qualche modo ci si augura che la competenza venga fuori da sé, con l’esperienza, con il tempo. Se poi non succede, non c’è più tempo per intervenire o si preferisce pensare che il problema sia a monte (“ripassate il teorema di Taluno e Talaltro… fate altri diciassei esercizi”).


4. Ma se è così difficile, concretamente, allora perché tutto questo parlare di competenze (tanto in forma negativa che in forma positiva)? Perché disegnare la formazione come un viaggio verso l’acquisizione di sempre più competenze (e non, poniamo, come una riflessione su quelle che si sono sviluppate e sul loro utilizzo)?
La società della formazione continua è la società che spinge all’acquisizione delle competenze. Perché? Perché cittadini competenti fanno una società competitiva. Cittadini sempre più competenti sono concentrati sull’essere migliori degli altri, non sulla qualità della loro vita e di quelli degli altri. Le dichiarazioni pubbliche dei governi e delle istituzioni anche sovranazionali non fanno che ribadire questo orizzonte: si è competenti contro qualcuno, sopra qualcuno.

5. C’è allora un livello ancora più alto, a mio avviso, del “mastery”: è il livello in cui l’esperto decide di non applicare la competenza anche quando sarebbe possibile. Perché la competenza nasconde un grande rischio: quello del potere. Se so che posso applicare un’abilità, lo faccio, e così dimostro la mia competenza, vengo riconosciuto, acquisto credito e insomma potere. la prima volta magari solo per il gusto di vedere se davvero sono capace, la seconda per mostrarlo agli altri di cui mi importa il giudizio, poi anche se nessuno mi guarda, solo perché è piacevole sentirsi competenti, grandi e forti.

Bisogna imparare a fermarsi, ad applicare l’abilità solo nei limiti del necessario.

Sembra un tema etico (come se fosse una cosa negativa…), ma è anche qualcosa di più. Ha a che fare con l’ecologia, col consumo non necessario di risorse che sono limitate. Ha a che fare con la politica, con la responsabilità del benessere della comunità, non solo di sé stessi. Ma anche da un punto di vista puramente pedagogico, imparare ad applicare un algoritmo richiede di imparare a limitarne la sua applicazione, nel tempo e nello spazio. Usare lo stesso algoritmo in maniera coatta, ripetuta, significa quasi sicuramente sbagliare; allo stesso modo, ad un livello più alto, spendere la propria competenza oltre la necessità significa smettere di interrogarsi sulle categorie, sulle abilità, fermarsi nel processo di apprendimento e, inevitabilmente, avviarsi verso fallimenti futuri.

Invece sembra che questa scuola spinga verso la competenza in assoluto: più competenza, più competenze, ancora di più. L’obiettivo all’orizzonte è una società composta solo da persone competenti in ogni area, che pensano di saper far bene tutto ma vengono spinte ad essere ancora più competenti.

Solo io in questo mito ottimista vedo tante ombre?

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