Il primo libro che ho scritto, nel 1992, si chiamava “Io bambino tu computer”.
Probabilmente la parte più interessante non è/era il contenuto (una teoria fumosa e non dimostrata sull’apprendimento e sul ruolo che i software educativi potevano giocarvi) ma la copertina, in particolare il titolo. Che però non ho mai spiegato; quindi lo faccio ora.
Ovviamente il riferimento era al celeberrimo “Io Tarzan tu Jane” con il quale il giovane Lord faceva il suo ingresso nel mondo del linguaggio (umano).
Quindi “Io bambino tu computer” era il primo enunciato in un linguaggio nuovo, in via d’apprendimento: quello con cui si parla ai computer. Era la presentazione orgogliosa con la quale il bambino selvaggio dichiarava il suo ingresso nel mondo civilizzato dei software, ma allo stesso tempo lo portava all’esistenza. Certo, un po’ rozzamente, senza verbi, senza relazioni precise, ma almeno con un’idea di identità differenti che possono entrare in rapporto: “Io, bambino, riconosco te, computer; ti nomino e tu ora esisti”. Un po’ Adamo, un po’ Tarzan.
Attenzione: non scrivevo “Io bambino, lui computer”, ma “tu”. Quel tu diceva che il rapporto era fra di loro, non con noi, con gli adulti terzi. Come diceva Papert, il computer è “the children machine”. Il disegno sulla copertina era uno schizzo di un bambino e un computer, fatto da bambino piccolo. Certo, il disegno l’avevo fatto io e anche il libro, quindi il tutto era una finzione teatrale.
L’altra questione importante non era cognitiva ma affettiva: se ci si pensa un attimo, il motivo per cui Tarzan si rivolge a Jane e la elegge interlocutrice privilegiata non è scientifico o politico. Jane è una bella ragazza, almeno per i gusti dell’epoca, e Tarzan un giovanotto che fino a quel momento è stato circondato da scimmie.
Insomma, “Io Tarzan tu Jane” è anche una dichiarazione d’amore, come poi la storia dimostrerà e come i lettori avevano intuito da subito. Storia che nel primo romanzo non si conclude bene, attenzione.
Anche quella del bambino verso il computer è una dichiarazione d’amore, meno prevedibile, forse anche ignorata dai grandi. Un amore, prima che per il software educativo che ci sta dentro e che lo fa parlare, proprio per quell’oggetto fisico, di plastica, che si può toccare, che ha tante mani che si possono stringere (joystick, mouse, tastiere) senza che nessuno dica “non toccare, lo rompi, sei piccolo”. Oggi non è più il grosso e rozzo computer l’oggetto d’amore, ma lo smartphone, se glielo facciamo usare. Ah no è vero, non si può più. Ma il rapporto affettivo resta fondamentale anche per l’IA generativa: la usiamo perché le vogliamo bene, è gentile, chiede scusa, dice grazie. Come lo specchio della Regina: ci dice quanto siamo bravi e intelligenti. E noi adulti da questo punto di vista sia come i bambini: siamo sensibili a queste lusinghe.
Se dovessi scrivere un libro sull’IA generativa lo chiamerei “Io computer, tu bambino”. Nello stesso senso, ma rovesciato: il computer ha imparato il linguaggio umano, ci costituisce come soggetti di una relazione, ci infantilizza. Siccome però il computer non è un soggetto, ma un personaggio, questa è solo una storia. Ma resisto alla tentazione di raccontarla.
Insomma, il senso generale di quel vecchio libro era: bisogna costruire ambienti di apprendimento digitali che i bambini possano amare, modificare e controllare.
Tutti e tre questi aspetti, per me, nel ’92, erano fondamentali. Non aveva senso progettare software “didattico” che trasmettesse informazioni, anche se sotto le mentite spoglie di giochi. Non aveva senso costruire software rigidi che il soggetto (il bambino) non potesse modificare, perché in quella possibilità di modifica – di acquisizione progressiva del controllo sull’ambiente – stava la sostanza dell’apprendimento.
Archeologia? Vecchiume? Retrocomputing? Certo.
Sicuramente non c’entra nulla con le meraviglie di oggi: non è roba dei bambini, loro non la possono modificare e la controlla qualcun altro.