Digi Tales

TDT: l’acronimo nuovo che nuovo non è

Giu
16

La DaD può essere vista come il risultato di un’addizione:

Didattica Tradizionale + Tecnologia Digitale Tradizionale

Il risultato è (spesso) la lezione frontale via videoconferenza, l’interazione come scambio di documenti da ufficio, la valutazione tramite quiz online.

Confusi o confuse?

Non c’è nessun errore, volevo proprio dire che la tecnologia usata per la DaD è del tutto tradizionale.
L’equivoco nasce perché “tecnologia” viene sempre associata a innovazione (nella tautologica espressione “nuove tecnologie”), ancora di più quando è sovraccaricata con il pleonastico “digitale”.
Ma non è vero. Non c’è nessuna innovazione nell’usare le piattaforme a cui siamo ormai abituati perché sono le stesse che usiamo a casa.
La TDT è onnipresente, è l’acquario dentro cui siamo tutti, ormai da tempo, per tutto il tempo.
Tradizionale in fondo significa trasparente, naturale. Significa usato e non costruito, né decostruito.
Tradizionale significa aderente ad un modello non esplicito, se non nascosto. Si fanno cose secondo una regola che non è percepita come tale. Si chiede di spegnere webcam, accendere microfoni, come se fosse una necessità didattica, mentre è un vincolo dell’ambiente tecnologico. Ci si preoccupa del problema del riconoscimento dello studente all’esame, del problema di come impedire che imbrogli e copi, di come superare il digital divide che impedisce agli studenti di famiglie disagiate di collegarsi in video, senza accorgersi che il contesto in cui questi diventano problemi è stato imposto dalla piattaforma, dalla TDT. Il modello della DaD è la somma del modello didattico tradizionale con quello delle tecnologie attuali.

Il problema della tecnologia didattica tradizionale è proprio la sua invisibilità. Lo condivide con tutto il resto delle tecnologie non didattiche. E non è un caso: si tratta dei primi passi di un processo di colonizzazione del mondo dell’educazione, dopo quello della formazione aziendale.
Un motore di ricerca non rende evidente l’algoritmo di indicizzazione (quindi di filtro) e di ordinamento dei risultati (quindi di indirizzamento).
Un catalogo online parte dal profilo del cliente (passato e futuro) nel costruire la rappresentazione virtuale del magazzino.

Tutte le piattaforme, o per lo meno quelle usate nella maggior parte dei casi, portano dentro di loro un modello non solo didattico tradizionale (la lezione, i compiti), ma anche un modello di relazione tra utente e fornitore basato sullo scambio servizi/dati. Servizi gratuiti contro dati personali: scelte, testi, agenda, rubrica. Siamo al di là del modello consumistica, in cui lo scambio merci/denaro almeno era visibile e riguardava oggetti, e in qualche modo controllabile da entrambi i lati.

Naturalmente se si vuole cambiare strada bisogna cambiare entrambi i termini dell’addizione.
Non basta una didattica aperta, ispirata ai Maestri, se si accettano gli strumenti tradizionali. Bisogna provare a scegliere e usare strumenti diversi, che siano aperti, che non abbiano dietro interessi estranei, che siano plurali.

E se non ci sono, bisogna costruirli e fare in modo che siano sostenibili.

Imbuti metaforici

Apr
14

A proposito della questione dell’imbuto di Norimberga, mi è tornata in mente una lezione di Bruno Cermignani, il mio amato professore di Filosofia della Scienza a Villa Mirafiori, che ci avvertiva dei rischi che si corrono quando si usa una metafora astratta per comprendere un’esperienza concreta. L’esempio che faceva era quello della conoscenza come specchio del mondo. Astratta, perché del fenomeno del rispecchiamento prendeva solo l’idea, ma non la realtà. Uno specchio non riflette sempre l’oggetto che gli sta di fronte, e l’immagine non è affatto realistica. Ci sono le leggi dell’ottica (la riflessione e l’inversione dell’immagine), ma anche altre condizioni reali, come l’umidità (lo specchio appannato) e la temperatura che può distorcere lo specchio, fino a fonderlo. Uno specchio in un forno non riflette un bel niente.

L’insegnamento come riversamento della conoscenza nella testa di uno studente tramite un imbuto è un caso dello stesso fenomeno. Prima di ridere dell’ingenuità di chi parla di riempire gli imbuti, proviamo a prenderla sul serio (la metafora) e a toglierle la dose di astrattezza. Se l’imbuto fosse una buona metafora dell’insegnamento, allora…

Quando

Prima di tutto: quando si usa un imbuto? Per esempio: da una damigiana di vino o di olio voglio riempire tanta bottiglie più piccole: si chiama travaso. E’ utile per distribuire un bene, per farlo viaggiare, o conservarlo meglio. Magari perché da un Sangiovese volgare si vuole ottenere un magnifico Brunello, che come ognuno sa deve stare in bottiglia almeno cinque anni.

E perché ha quella forma? Il flusso che esce dalla damigiana (che ha una bocca più larga) è maggiore di quello che potrebbe assorbire la bottiglia, che ha un collo piccolo. Se non ho una buona vista e una mano più che ferma rischio di rovesciare e disperdere il prezioso liquido. L’imbuto ha una bocca ancora più larga di quella della damigiana, e poi si restringe. Così si può sbagliare, sia in termini orizzontali (se sbaglio la direzione il liquido non va nel buco) che verticali (se esagero con l’inclinazione verso un flusso troppo importante che la bottiglia non riesce ad assorbire). L’imbuto ha senso perché ha una tolleranza all’errore maggiore di quello del collo della bottiglia; e ha senso se il liquido che si vuole travasare è prezioso.

Cosa e come

Che tipo di contenuto si può travasare con un imbuto? Beh, non uno qualsiasi. Deve avere della caratteristiche fisiche precise: i liquidi vanno bene, i gas no (perché sono più leggeri dell’aria; ma in questo caso si potrebbe pensare ad usare un imbuto al contrario, con la bocca in basso?). Si può travasare il mercurio? C’è la questione dell’attrito: alcuni liquidi sono più viscosi di altri e vanno versati più lentamente perché altrimenti non riescono a passare.

I solidi? Anche, ma devono essere aggregati in particelle molto piccole (come lo zucchero, il sale, la farina); ma questi aggregati, soprattutto se umidi, tendono a creare degli intasamenti perché si aggregano troppo, in malloppi più grandi della tubo dell’imbuto. Se sono troppo leggeri, mentre si versano si disperdono nell’aria, quindi bisogna tener conto di una percentuale di perdita maggiore di quella dei liquidi.

Quindi bisogna fare attenzione non solo al contenuto, ma anche alle condizioni intorno, per esempio a quelle meteorologiche.

Certo non basta averlo, l’imbuto: bisogna anche usarlo bene. Bisogna assicurarsi che l’imbuto stia ben fermo, quindi sarebbe meglio tenerlo con una mano mentre con l’altra si versa il contenuto; ma se si parte dalla famosa damigiana di Brunello, è difficile che ci si riesca. Allora ci si può far aiutare da qualcun altro.

Bisogna assicurarsi che sia pulito: l’olio irrancidisce a contatto con l’aria, il vino diventa aceto, la benzina è velenosa. Va pulito alla fine dell’operazione, oppure all’inizio, o meglio tutte e due le volte. Va anche controllato che non si fessurato, per usura o per un colpo, altrimenti fuoriesce tutto lungo i bordi. E’ un modo per dire che gli strumenti vanno manutenuti.

Alla fine dell’operazione, buttato via l’imbuto, bisogna tappare la bottiglia, altrimenti è tutto inutile.

Conclusioni

Che possiamo concludere? Che l’imbuto non è una (buona o cattiva) metafora dell’insegnamento, ma dei metodi e degli strumenti che si usano quando si vuole travasare conoscenza per distribuirla nel mondo.

Metodi che servono a controllare il travaso, a evitare che ci sia dispersione.

Strumenti che funzionano con certi tipi di conoscenze, o conoscenze in certa forma (fluida, cioè non strutturata fortemente, o molto parcellizzata). Strumenti che vanno manutenuti, verificati, controllati.

E poi c’è il rischio di intasamento: a cosa corrisponde? Per esempio ad un ritmo esagerato di versamento; o a una condizione sociale invasiva, oppure ad una conoscenza che tende a coagulare, a fare “mappazza”.

E se uno non vuole travasare conoscenza? Si poteva usare una metafora diversa? Certo. Per esempio, mescolare farina burro e uova per fare una torta. Oppure piantare un seme nel terriccio e innaffiarlo. O covare un uovo. Far cadere un granello di sabbia in una soluzione sovrassatura.

E per ogni metafora si poteva andare a scavare sulle sue condizioni reali d’uso.

Unire o dividere

Mar
24

Leggo un post di Davide Lamanna (amico da anni e esperto di tante cose, tra cui private cloud opensource) in cui segnala il disegno di legge della senatrice Laura Mantovani “Istituzione della Rete di interconnessione unica nazionale dell’istruzione – UNIRE”.
Non ho ancora letto il DDL (lo faccio appena possibile), ma l’intento di creare un cloud privato di proprietà dalla PA italiana per sostenere la digitalizzazione dei servizi della scuola è sicuramente buono, e va in una direzione che condivido: creare una rete che colleghi le scuole tra loro e con Internet, fornire servizi di memorizzazione dati o altri servizi che si possano decentrare. Tutto questo per superare il digital divide tra paesini e metropoli, tra province ricche e povere, tra nord-nord-est e sud-sud-ovest. Non tanto perché si difende la Nazione contro lo Straniero, ma perché si difendono gli studenti e il loro dati personali, perché non si creano dipendenze e abitudini a usare certi strumenti particolari che oggi ci sono, e sono gratis, e domani chissà.
Non sono però d’accordo su un punto riportato da Davide, che deriva mi pare da un’intervista alla Senatrice Mantovani, e cioè che “Nell’articolo 2 è previsto di sviluppare e fornire il servizio unico nazionale per la didattica digitale integrata. “
Aiuto: ancora il Servizio Unico Nazionale per la DDI?
Messo insieme ai “servizi amministrativi e connessi alle procedure di assunzione del personale della scuola.” Spero di sbagliarmi, ma mi sa ancora una volta di progetto di Piattaforma Unica di Stato. (Che in Francia ce l’hanno già, eh. Sì ma mica è detto che funzioni bene.)
Provo a dire ancora una volta perché non sono d’accordo.

  1. Una piattaforma per la didattica non è un’infrastruttura neutra. C’è una differenza enorme tra i servizi amministrativi, o quelli informatici come i DNS, e quelli didattici. I servizi didattici si rivolgono a studenti, che sono persone, non enti o macchine. Quindi devono essere pensati per loro e intorno a loro, in termini di interfaccia, di linguaggio, di funzionalità. Oltre agli studenti ci sono i docenti e poi i genitori. Una piattaforma unica per la didattica dovrebbe essere adatta a tutte queste persone diverse.
  2. Ma non c’è solo la differenza di età, c’è una differenza di scopo (corsi obbligatori e facoltativi, corsi teorici e pratici, laboratori e corsi che si costruiscono dal basso), di tipo di scuola e pure di tipo di formazione. Perché la scuola dovrebbe comprendere anche la formazione superiore e i CPIA. Insomma, la piattaforma dovrà essere personalizzata e personalizzabile.
  3. Quindi le competenze per progettare questa PUN non sono solo informatiche. Ci vuole un’équipe molto composita, e non fatta solo di esperti universitari, ma anche di docenti dall’infanzia all’università, e magari di studenti e studentesse, e perché no di genitori. Come si selezionano? Come si pagano? Da dove si parte? Con che modello di interazione e decisione? Come si pubblicano le scelte prima di adottarle?
  4. Immaginiamo quindi il tempo necessario per fare un’unica piattaforma con tutte queste varianti e tutte queste possibilità di personalizzazione. Quando sarà pronta la piattaforma unica? Diciamo entro tre anni? Un po’ tardi: tra tre anni non ci ricorderemo nemmeno più che esisteva un altro browser oltre Chrome. O invece, per sbrigarsi, si prenderà una cosa esistente e la si “rimarcherà” PiattaUnica? Temo che – a parte ADA, naturalmente 😉 – un’applicazione che soddisfi tutti i requisiti elencati sopra non esista.
  5. Ora pensiamo al futuro. Un mostro del genere va mantenuto, aggiornato. Non solo perché cambiano gli standard (con i browser che si adeguano oppure no) e i sistemi operativi mobile evolvono. Ma perché cambiano i modelli d’uso, gli obiettivi, le attività possibili. Cambiano proprio i ragazzini, cambia il mondo fuori dalla scuola. Dando per scontato che la licenza sia open, deve essere rilasciato tutto il codice sorgente. Ma poi che si fa, si attende che i bug emergano e che qualcuno li corregga? E chi verifica le correzioni, visto che andrebbero sulla Piattuna usata da TUTTE le scuole italiane? Come le si testano? Oppure si lascia sempre all’opera una task force che ha risorse economiche per i prossimi 5, 10 anni?
    Quanti software meravigliosi finanziati sono morti il giorno dopo la scadenza del progetto che li ha generati?
  6. “Si vabbè, allora vuoi che rimaniamo nelle grinfie delle multinazionali…”

    No. Dico solo che la soluzione per la didattica non è la Piattaforma Unica, ma un ecosistema di piattaforme diverse basato su questi tre punti:

  • delle linee guida nazionali che dicano cosa deve essere e cosa deve fare una piattaforma digitale per la didattica (licenze, supporto, privacy, funzioni, accessibilità). Linee guida estese, pubbliche e riviste ogni anno.
  • un registro nazionale dove venga iscritta ogni piattaforma in uso dalle scuole, in modo che sia verificabile e verificata. Ma anche in modo che sia possibile interrogarla in maniera automatica.
  • dei protocolli di interscambio di dati e di contenuti tra piattaforme.
    Se la scuola Rodari di Finaliquà ha prodotto dei contenuti, delle attività, dei test per la classe Terza che sono interessanti anche per la scuola Deledda di Pontedisopra, se i suddetti contenuti sono rilasciati con licenza adeguata, deve essere possibile collegarli, o clonarli e modificarli. Se la scuola Carducci di Montedisotto li ha comprati, quei contenuti, e sono protetti da una licenza che ne impedisce il riuso, allora la piattaforma non ne permetterà il riuso.

Credo che la varietà sia sempre preferibile, se non prolifera in una giungla impenetrabile. Una varietà che permetterebbe la compresenza di piattaforme e applicazioni più semplici, dedicate magari ad un solo livello di scuola, piccole e grandi, scritte in linguaggi diversi, fornite con contratti diversi (magari sponsorizzate) e soprattutto che danno da vivere a centinaia o migliaia di piccole imprese locali.
Che poi non vi lamentate se i giovani programmatori vogliono andare tutti a Mountain View o a Redmond.