Digi Tales

Contro le competenze

Faccio coming out: sono una persona competitiva.

Lo sono da quando ero piccolo. Non sugli oggetti fisici, che si possono comprare, ma sulle competenze, che si possono acquisire. Voglio fare le cose meglio, sempre meglio. Vorrei sempre essere più competente degli altri, o avere più competenze. Soprattutto voglio che la competenza mi venga riconosciuta come qualità, voglio che tutti mi apprezzino e mi vogliano bene per questo.

Normale? Secondo l’autore anonimo responsabile della pagina “Competenza” su Wikipedia sì: “Qualsiasi percorso si scelga nella vita la competizione è inevitabile, poiché solo attraverso di essa si selezionano i migliori”. Il legame tra competizione e competenza non è solo etimologico, allora.

Positivo? Beh, dipende.

E’ una faticaccia, che mi stressa, mi costringe a tenere sempre alta l’attenzione. Non posso farmi trovare impreparato o stanco, se entro nell’agone poi devo vincere. Mi rende anche antipatico: non solo a quelli che competono e perdono, ma anche a quelli che vincono (che sono miei simili e quindi, giustamente, diffidano di me per il futuro). Per non parlare di quelli che non amano le competizioni e che si annoiano quando gli tocca di assistere. Mi fa dormire male, perché mi pare sempre che mi manca qualcosa, come nei sogni in cui si entra in una stanza affollata in mutande.

Per fortuna (!), anni di educazione cattolica messi a bagno nel magma della politica giovanile degli anni ’70 qualche effetto lo hanno prodotto: la forza, il successo, il potere non erano dei valori da ricercare, mi dicevano: e io ci ho creduto.

Di conseguenza qualche dubbio sull’etica della competizione ce l’avevo, anche se non riuscivo a risolverlo. Per esempio, quando col biliardino si rigiocavano i mondiali del ’70, tutti volevano essere il Brasile. Io invece volevo essere il Belgio, che tanto si sapeva che sarebbe arrivata ultima malgrado i suoi arrembaggi (all’epoca non era ancora una squadra di professionisti). Non che volessi perdere, non ero masochista; ma non volevo vincere da favorito. E se succedeva che vincevo troppe partite – quindi il Belgio diventava favorito del nostro mini-mondiale – allora volevo cambiare squadra. Il mio ideale di partita era senza tempo, senza termine: una partita eterna. Risultato: una contraddizione che non mi rendeva mai completamente felice, né nelle vittorie né nelle sconfitte.

Di chi era la colpa? Della scuola?

Il mio amatissimo maestro Biagio alla fine del quadrimestre regalava libri (le avventura di Sandokan, per lo più) a quelli che erano andati meglio. Era un modo per incitarci a studiare, ma dopo un po’ era chiaro che alcuni non avrebbero mai avuti libri e altri li avrebbero sempre avuti. In mezzo c’era una zona grigia dove raramente accadevano sorprese.

Più avanti mi fu chiaro che l’importante era essere i primi, non solo della classe, ma possibilmente della scuola. Anche e soprattutto nello sport, quello di De Coubertin, quello di Jules Rimet, insomma quello del motto “l’importante è partecipare”: il professore di ginnastica se ne fregava del tuo voto in latino se sapevi murare bene e schiacciare ancora meglio. Quando c’era la partita, veniva in classe e “pescava” i due tre che gli servivano, sottraendoli a compiti in classe e interrogazioni senza nessun imbarazzo e con flebili proteste dei professori di latino. Lo so, non siamo negli Stati Uniti, ma insomma succedeva pure qui.

Per fortuna la scuola non è solo un ambiente di formazione formale, ma è anche un grande laboratorio sociale, dove si impara ad avere relazioni con persone della propria età, ma anche più grandi e più piccole. Sostanzialmente a scuola cercavo di stare bene, non di competere, malgrado quello che dicevano e facevano gli insegnanti. Ad ogni ingresso in una nuova scuola faticavo a liberarmi dall’etichetta di “secchione” che mi veniva affibbiata dopo i primi compiti in classe. Questa liberazione coincideva col momento in cui dall’esercizio delle competenze negli ambiti ufficiali (le materie) si passava a quelle sociali (suonare, giocare a calcio, correre in motorino, bere birra), in cui contava più la soddisfazione collettiva che arrivare primi. In questo contesto ho imparato il concetto di “interruzione dell’esercizio della competenza”. Se si giocava a pallone e una delle due squadre vinceva sei a zero, si rifaevano le squadre. Se si andava al mare in motorino, era inutile lasciare indietro quello che aveva più chili e meno cavalli. Se si andava in birreria, si ordinava un giro per tutti finché qualcuno non dava segni evidenti di percezione alterata della realtà, e alla fine si divideva il conto. Probabilmente ho avuto solo la fortuna di passare quella fase della vita in un contesto sociale borghese e poco competitivo.

Allora colpa della famiglia? Sì e no. A casa mia era importante fare le cose bene, in assoluto, per le cose stesse, non per farle meglio degli altri. Non mi hanno mai incitato a competere ma a cercare la qualità. Nessun premio per i voti di fine anno o per le interrogazioni andate bene. Semplicemente perché non era concepibile prendere un brutto voto: avevo le risorse, il tempo, le capacità e le richieste erano quelle di una scuola pubblica standard. Perché mai avrei dovuto “andare male”? Poi c’era dietro la storia personale di mio padre, nato in un secolo contadino, da cui era uscito grazie alla scuola. Un diritto che si era dovuto conquistare facendo ogni giorno chilometri a piedi e studiando al lume di candela. Il tipo di storie da libro Cuore, insomma. Prendere un brutto voto sarebbe stata veramente un tradimento nei suoi confronti, soprattutto visto che nella vita lui aveva fatto proprio l’insegnante.

Colpa del lavoro? Altro caso particolare: avrei voluto lavorare in maniera stabile all’università, dove probabilmente la competizione l’avrei incrociata ad ogni passo. A posteriori, dopo tante “esplorazioni” in facoltà e università differenti, a volte come docente e a volte come ricercatore, devo riconoscere che evidentemente non avevo le competenze giuste. Invece ho passato quasi trent’anni in una società (quindi nel mondo degli affari, dell’impresa, del guadagno… il male assoluto) in cui non esisteva la possibilità di promozioni e in cui le decisioni si prendevano insieme; talmente piccola che per completare un progetto erano sempre necessarie le competenze di tutti. Continuo ad essere una persona competitiva, ma ho avuto la fortuna di non dover sfruttare la competizione per sopravvivere.

In sostanza, oggi direi che anche senza una volontà precisa di qualcuno è stata semplicemente la società in cui ho vissuto questi primi sessant’anni che mi ha modellato come un essere competitivo. Il momento storico, la collocazione geografica, il profilo culturale ed economico della mia famiglia. Cose su cui non avevo controllo e di cui non ero consapevole.

Questa stessa società, però, mi ha lasciato la possibilità di sviluppare degli anticorpi. Anticorpi che in buona sostanza mi hanno permesso di interrompere l’esercizio di una competenza nel momento in cui questa non era più necessaria.

Col tempo ho anche imparato che le competenze si perdono, sfumano, invecchiano. Insomma le competenze che ho appreso formalmente non hanno più tutta questa importanza, almeno in questa fase della vita. Come è normale che sia, adesso me ne interessano altre.

A me è andata tutto sommato bene; ma ai ragazzi di oggi? Cosa gli proponiamo? Quali competenze devono imparare? Qual è lo schema di fondo a cui si devono adattare?

Oggi mi pare che di competenze si parli davvero tanto, soprattutto nei discorsi di politica educativa, se possibile in connessione con “innovazione” e “futuro”.

Anche quando il modello di società (e scuola) competitiva viene formalmente rifiutato, quasi tutti sostengono l’importanza dell’acquisizione delle competenze innovative fondamentali per il futuro. La competenza non viene mai messa in discussione, a nessuna età: dalla scuola dell’infanzia all’università, fino alla formazione degli adulti e degli anziani. Da quando nasciamo a quando moriamo abbiamo davanti un imperativo categorico: “tu acquisirai competenze!”. Più dure, più morbide, STEM o sociali, ma insomma bisogna mettersi a tavola e mangiare, avidamente, come diceva Steve Jobs, per diventare qualcuno.

Ma siamo sicuri che tutto questo parlare di competenze non sia un errore madornale che produce solo competizione selvaggia?

Non sarà che organizzare tutta la formazione e (peggio) tutti i contesti di apprendimento formale come macchine che spingono tutte e tutti a primeggiare, a competere, ad avere più competenze e in un grado ancora maggiore si rivelerà prima o poi una svista a livello mondiale?

Non sarà che tutto questo ripetere il mantra delle competenze che salvano i giovani finirà per generare solo una guerra dei poveri – una guerra che si combatte sulle competenze, cioè sulle risorse cognitive invece che sulle risorse fisiche?

Attenzione: non voglio difendere le conoscenze contro le abilità, il teorico contro il pratico. Si può essere competenti a leggere poesie. Ma il punto è: dobbiamo formare Mario ad essere competente a leggere poesie meglio di Anna? Dobbiamo dire alla mamma di Mario che se riempie il suo zaino di competenze più di Anna, da grande sarà ricco e felice? Dobbiamo mettere davanti a Mario e Anna un orizzonte fatto di scuole, certificati, quadri, diplomi?

Evidentemente questo tipo di competizione è utile a qualcuno (chi? beh, chi tiene il banco, come sempre); ma è utile a chi compete, sia che vinca sia che perda? Forse alla fine no, o per lo meno non così tanto come si vorrebbe. I danni che questa guerra silenziona provoca sono piuttosto visibili, dagli abbandoni ai suicidi, passando per un meno eclatante totale disamore per ogni forma di apprendimento formale.

Dulcis in fundo: ha senso puntare oggi ad una classifica di persone in aree di competenza che domani saranno completamente dimenticate, magari perché coperte perfettamente da software più competenti di noi?

Credo di no.

D’altra parte, mi rendo conto che per il momento non si può smettere di insegnare, ovvero non si può smettere di facilitare l’apprendimento lasciando che ogni nuovo piccolo umano se la cavi da solo, perché non sopravviveremmo come specie. Per il momento, in attesa dei robot tuttofare, come comunità umane abbiamo bisogna di persone capaci di svolgere certe attività bene; e siccome la nostra vita è troppo complessa, non possiamo immaginare che tutti siano in grado di far tutto ed essere così autosufficienti. Quindi non possiamo rinunciare alle competenze. Ma forse possiamo limitare questo modello ultra-competitivo che ne costituisce lo sfondo.

Come?

Vedo due possibili soluzioni.

La prima è legata alla maniera in cui si definisce “competenza”.

Competenza non significa solo sapere quali risorse vanno impiegate in un certo contesto e quando vanno impiegate, ma anche per quanto, fino a quando. Dentro la definizione di una competenza dovrebbe esserci il suo limite applicativo. Non si dovrebbe dimenticare di dotare ogni competenza delle sue condizioni di applicabilità, che comprendono quelle di interruzione. Ad esempio: quando si gioca a pallone, se si superano i cinque goal di scarto si interrompe la partita. Dico che andrebbe definita (e non semplicemente scoperta) perché così entrerebbe a far parte dei processi di apprendimento e insegnamento della competenza stessa, fin dall’inizio. Si dovrebbe insegnare che nessuna competenza è assolutamente positiva per sé stessa e nessuna competenza può essere esercitata all’infinito. Rovesciando quello che diceva Kant: le competenze devono essere mezzi, non fini.

La seconda soluzione è legata ad una possibile distinzione fra competenze.

Vorrei provare a distinguere tra competenze competitive e competenze non competitive.

Le prime sono quelle che troviamo in ogni discorso: come fine della formazione, come risultato dell’apprendimento, come premessa di una performance. Come richieste dalla società, dal Paese, dal continente. Certo, da questa società, da questo Paese e da questo continente. Quando si dice che “l’Europa deve diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva del pianeta” si sta appunto parlando di competenza competitiva. Non è importante di cosa è fatta esattamente questa competenza, ma solo che se ne abbia più degli altri. Competenza come moneta.

Le seconde sono quelle che non si definiscono in rapporto a quelle degli altri. Sono quelle che producono la soddisfazione di saper fare bene una cosa, non quella di farla meglio di qualcun altro. Sono competente quando riesco a fare esattamente quello che voglio, a completare il disegno, a far star su la costruzione, a cadere in terra con elasticità per poi rialzarmi senza traumi. C’è un aspetto temporale: immaginare e poi aver conferma. C’è un aspetto valoriale: il mondo dopo l’esercizio della competenza è un po’ meno confuso.

Per esempio, improvvisare.

E’ una competenza un po’ particolare, lo riconosco: non è tra le prime che verrebbero in mente. Intanto è tra quelle meno insegnabili. Certo esistono metodi, lezioni, regole, trucchi: ma sono del tutto empirici. Basta riflettere un po’ per riconoscere che la capacità di generare musica sempre nuova a partire da uno schema noto è difficilmente riconducibile ad uno schema. Verrebbe da dire che improvvisare è uscire dagli schemi, e che uno schema per uscire dagli schemi sembra un po’ paradossale.

Ma forse improvvisare non è una competenza così particolare. Se si potessero combinare in maniera meccanica il riconoscimento delle caratteristiche di una situazione con la capacità di eseguire azioni non ci sarebbe bisogno degli umani, e nemmeno dell’intelligenza artificiale, per esibire comportamenti competenti. Ogni competenza richiede improvvisazione, se non altro nello scegliere la risorsa più adatta e cambiare rapidamente strada quando quella si rivela inadatta. Nel caso dell’improvvisazione, ci sono tutti gli elementi canonici: le risorse, le abilità, il riconoscimento della situazione e l’applicazione della soluzione migliore. Tutto questo accade velocemente, con un continuo cambiamento di strada, con l’impossibilità di fermarsi per correggersi. Incidentalmente, o forse no, il risultato percepibile produce piacere nel pubblico.

Per me, però, improvvisare è un ottimo esempio di quel particolare tipo di competenza “non competitiva” perché lo faccio ma in maniera assolutamente privata. Se improvviso al piano (digitale) lo faccio con le cuffie, oppure aspetto che non ci sia nessuno in casa. Non sono troppo interessato a sapere se improvviso bene o male, meglio di Keith Jarrett o di Bill Evans. Tuttavia, in quei rari momenti, sperimento la soddisfazione di “fare esattamente quello che voglio”, con le dita che vanno dove dovrebbero andare per risolvere la situazione sospesa creata un attimo prima.

Forse si potrebbe provare a distinguere due versioni della stessa competenza, un po’ come le molecole destrogire e levogire hanno gli stessi atomi, gli stessi legami, eppure si comportano in maniera diversa. Suonare il piano per sé stessi e suonare per un pubblico. Ma non è solo una questione di grado, anzi. La competenza di scrivere software nel linguaggio di programmazione Scala può essere qualcosa che mi permette di realizzare i programmi che mi interessano; oppure ciò che mi permette di ottenere un lavoro al posto di un altro programmatore che Scala lo conosce meno bene. Non è detto che la seconda sia superiore alla prima (superiore, poi, in che senso?).

Sono la stessa cosa? No. Non si ottengono allo stesso modo e non si mantengono allo stesso modo. Nel primo caso, sono un appassionato, ho scoperto Scala per caso e l’ho trovato geniale; mi sono comprato del libri e seguo i tutorial. Per gioco ho scritto un’applicazione che mi gestisce la lista della spesa. Sto valutando se partecipare al prossimo evento internazionale che si terrà a Londra.

Nel secondo caso non mi importa di Scala in sé stesso, di chi l’ha inventato (il signor Odersky), quando e perché, non mi importa che sia bello o brutto, ma solo che chi mi fa il colloquio si convinca che io faccio al caso suo. Se si sbaglia, perché ho imbrogliato sul test, è un problema suo. (Detto tra parentesi, perché ci porterebbe lontano, un’intera cultura della valutazione è basata su questo modello).

Una volta assunto, “Ciao ciao Scala, per i dubbi c’è Stack Overflow“.

Naturalmente sarebbe fortemente auspicabile che il dentista che mi cura fosse competente nel primo senso (assoluto) e non solo nel secondo (relativo). E’ il caso degli “artisti”, che malgrado il fatto che facciano un lavoro come gli altri, che vendano il loro tempo o i loro prodotti, sembrano differenziarsi dagli altri proprio perché l’esercizio delle loro competenze gli procura piacere in qualche misura indipendente dal risultato. Purtroppo non è così che viene insegnata l’arte da noi: il violino a cinque anni per essere il prossimo Mozart, non per imparare a trovare un angolo di paradiso in terra, quando serve, fino a che le dita reggono.

Eppure non è detto che sia vero l’inverso, cioè che chi si è dimostrato relativamente più competente di qualcun altro sia anche competente in assoluto. Lo sappiamo e ne ascriviamo la responsabilità ai concorsi truccati, alle raccomandazioni, alle mazzette; senza mai mettere in discussione il modello che sta sullo sfondo.

Almeno nella progettazione della formazione si potrebbero fare questi due passi.

  1. Chiarire di che tipo di competenza si sta parlando, se è per lo sviluppo della propria persona o per guadagnarsi la vita arrivando prima degli altri. Magari non è necessario insegnare il “coding” alla scuola primaria per allevare generazioni di futuri programmatori, ma si può invece farlo perché costruire un mondo e vederlo evolvere è uno dei piaceri più grandi che un essere umano possa provare.
  2. Definire i limiti delle competenze che si insegnano, cioè insegnare ad evitare di esercitare le competenze semplicemente perché si può farlo, cioè come puro esercizio di potere. Non è questione di buonismo, non si tratta solo delle competenze soft: qualunque competenza, esercitata all’infinito, distrugge invece di creare. Perché il mondo in cui la applichiamo non è infinito, è strutturato in relazioni che hanno dei limiti e che possono rompersi se insistiamo troppo nella stessa direzione. Perché ogni esercizio di competenza che non si limiti ha come effetto collaterale proprio l’elevarsi del livello di competizione di cui sopra.

Parlavo sopra del piacere di riuscire a fare qualcosa. E’ naturale, cioè lo provano tutti? Forse.

Va almeno coltivato? E’ probabile. Come? Con l’esempio.

Quando un esperto mostra il piacere che prova nel riuscire di solito ottiene per induzione un effetto di attrazione sull’apprendista. Un insegnante potrebbe senz’altro mostrare come traduce, come recupera un’informazione storica o come risolve un problema di programmazione, e mostrare tutta la soddisfazione che prova nel riuscirci. Non per esibirsi e mostrare che è più bravo degli studenti (bella forza!), ma per dimostrare che quando si arriva in cima alla montagna ci si siede e si è contenti, anche se si è arrivati ultimi.

Se questo piacere non viene nemmeno mai esibito (magari perché il sedicente esperto non si cimenta mai con la risoluzione di un problema davanti agli apprendisti) ma ci si limita a pretendere uno sforzo per raggiungere un risultato, sancito da un voto, allora la competenza che si raggiunge è solo quella relativa e mai quella assoluta.

Io però continuo a sperare che al mio dentista piaccia il lavoro che fa.

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